Clemente, bluff da maestro

Il titolare della Giustizia minaccia le dimissioni. Poi incassa la fiducia del professore e gongola: "Adesso voglio la verifica anche sulla Finanziaria"

L’aria era quella dell’ora fatidica e delle scelte irrevocabili, «il ministro Clemente Mastella a Palazzo Chigi per dimettersi» avevano lampeggiato le agenzie di stampa, Transatlantico in subbuglio, giornalisti e telecamere a sgomitare sul portoncino dell’Udeur in largo Arenula, l’intero staff del Guardasigilli volatilizzato, tutti introvabili e col telefonino spento. Lui stesso, il leader di Ceppaloni che non sa resistere ad un microfono o un taccuino appena lo scorge all’orizzonte, stavolta s’è tenuto il malloppo in gola, «non parlo» ha detto con sofferenza e limitandosi ad annunciare «un documento che è esplicito: lì troverete la linea politica». Ad un tigì che lo interrogava sulla salute del governo, se Prodi avesse i minuti contati, Antonio Satta vicesegretario aveva risposto lapidario: «Quale governo?».
«Bel colpo di teatro, vero?» ha sorriso ieri sera Gino Capotosti, giovane deputato ternano, quando tutto s’è consumato sull’uno a zero per Mastella contro Di Pietro, fischiato (nel senso arbitrale, ovviamente) da Prodi. Con un gran respiro di sollievo, perché al mattino quando la partita era iniziata, non avevano mica la certezza matematica della vittoria. «Noi siamo tutti con lui», dice ancora Capotosti. Pur se lui, onde spronarli, ha dovuto rimarcare che «se cade Prodi e si va ad elezioni, noi un posto al governo lo troviamo comunque, mentre Di Pietro non va da nessuna parte». Era gasato al massimo, Mastella. Una furia assetata di guerra sin dalla sera prima, quando alle 22 ha fatto improvvisamente convocare l’Ufficio politico dell’Udeur, dopo esser comparso come Sant’Antonio (solo per l’ubiquità, beninteso) in tre o quattro talk show televisivi. Non deve aver dormito la notte, per scrivere di pugno una nota “personale” sul suo scontro col pm di Catanzaro dove chiede «con fermezza» che l’inchiesta giudiziaria vada avanti e promette che «non pronuncerà mai più il nome di De Magistris» e «mai più» replicherà alle sue parole. Tant’è che nella bozza del successivo «documento politico» non c’è un nome. Nemmeno quello di Tonino che pure è invitato al «ritiro della propria delegazione da un governo di cui non condivide la politica giudiziaria». La lettura mattutina dei giornali lo ha infiammato ancor più. E dopo lo sprone telefonico della moglie Sandra, ha guadagnato la sede del suo partito.
Una ventina di partecipanti, tutti pronti alla riscossa. Han discusso a lungo per la stesura definitiva del documento, dando mandato al segretario/ministro di «determinare nell’odierno Consiglio dei ministri un chiarimento politico definitivo», in mancanza del quale si «invita il Guardasigilli e la delegazione governativa ad assumere le conseguenti determinazioni e decisioni». Ma sì, il «ritiro della delegazione» come ai bei tempi della dicì. E se Prodi dà soddisfazione, mettendo all’angolo Di Pietro? «Non basta, subito dopo occorre il chiarimento sulla Finanziaria e sugli altri aspetti dell’attività di governo». Ma sì, anche la «verifica»; nel frattempo «sospendiamo la nostra partecipazione ai lavori del Senato sulla Finanziaria». È giunta una telefonata di Cossiga, a consolar Mastella: «Sei stato bravo, sei stato leale con Prodi ma ora pensa a te». L’altro lo ha informato di quanto andava cucinando, e poco dopo le agenzie hanno sparato le dimissioni del ministro mentre la riunione proseguiva. E se Berlusconi s’appoggia a Dini? «Dini può far cadere il governo, lo paga ed è finita là, non serve a vincere le elezioni. Ma noi spostiamo cinque regioni, e Berlusconi lo sa».
S’era fatta ’na certa, come dicono a Roma, e l’Ufficio politico s’è spostato all’Osteria romana in via delle Zoccolette. Antipasto, spaghettino e frutta per Mastella perennemente (e inutilmente) a dieta. Il leader ha confidato che Veltroni ormai «vuole le elezioni», ne è convinto anche Casini che lo ha incontrato e quello gli domandava del senatore Fisichella, «viene da voi?». «Non credo proprio: gli ho parlato e lo vedo turbato, pensieroso. Anzi, perché non gli telefoni? Credo che gli farebbe piacere», ha risposto Casini. E Veltroni secco: «Non ci penso nemmeno». Mangiando e conversando come alle Termopili, han perfezionato il copione e distribuito le parti.
Bene, tutto chiaro no? Il dado è tratto e la via tracciata con chiarezza. Così i congiurati si sono alzati da tavola mentre il leader li congedava impegnandoli solennemente al silenzio: «Ragazzi mi raccomando, acqua in bocca con tutti. Il silenzio stampa deve essere assoluto finché dura il Consiglio dei ministri, guai a chi parla con un giornalista prima del tempo. Non dobbiamo rovinare l’effetto del colpo». Han promesso ovviamente, mentre Mastella sorrideva: «Ma poi, sapete che vi dico? Se alla fine di questo tormentato percorso Prodi sta ancora in piedi e riesce a sopravvivere, vuol dire che ha un coso più grande dell’Arco di Costantino».
Gianni Pennacchi