Clemente, il guardasigilli che fa collezione di rosari

Mastella, divenuto pupillo del Vaticano, appena nominato si vantò: "Di giustizia non so nulla"

Roma - Perfino nel posto per lui più improbabile come la poltrona di Guardasigilli, Clemente Mastella riesce a portare acqua al suo mulino. In un annetto, ha fatto numerosi piaceri e si è conquistato un mucchio di amici. L'unico che lo aggredisca qualsiasi cosa faccia è Totò Di Pietro, il ministro delle Infrastrutture. Ma è solo per la rabbia che Mastella - o «Vanto di Ceppaloni» (Bn)- gli abbia soffiato il ministero che sarebbe piaciuto a lui.

«Nulla so di Giustizia», ha dichiarato insediandosi il sessantenne segretario dell'Udeur. Sembrava un atto di sincerità, poiché effettivamente non ci capisce niente. Invece civettava, sottintendendo che un politico di stazza sa cavarsela in ogni circostanza. Infatti, si è mosso con abilità e un unico criterio che in beneventano suona così: «Nun m'importa nu' baffo dei cittadini, io m'aggia a tené buoni i comparielli miei du' Palazzo».

Così ha fatto. Ha accontentato i magistrati -la burocrazia più screditata d'Italia, secondo sondaggi - cancellando la riforma giudiziaria della Cdl sgradita a Lorsignori. Libere quindi le Eccellenze di passare a ghiribizzo dal ruolo di pm a quello di giudice giudicante e niente controlli di capacità per i progressi in carriera. Pace, se gli altri Paesi Ue adottano criteri opposti, se gli avvocati sono sul piede di guerra, se la gente è indignata. Le toghe, felici, hanno revocato lo sciopero che avevano minacciato regalando al ministro quello che in gergo si chiama «un successo politico». La sola cosa che interessi il nostro ineffabile Guardasigilli.

Placati i magistrati, ha mandato gli ispettori del ministero a Milano per seguire da vicino le mosse del Gip Clementina Forleo, che ha osato indagare i Ds sulla scalata Unipol. Lo ha fatto soprattutto per Max D'Alema col quale Mastella ha stretti rapporti dal 1998, quando tradì la Cdl per favorire l'ascesa di Spezzaferro a Palazzo Chigi. Contemporaneamente, ha spedito ispettori in Calabria per tampinare il pm De Magistris, reo di avere iscritto nel registro degli indagati il premier Romano Prodi. Di Prodi, Clemente non è particolarmente amico, ma siccome la sua poltrona dipende da lui, tanto vale mostrarsi zelante.

Queste sono dunque le sue imprese più recenti. Altro di grosso non si ricorda, salvo l'indulto promulgato un anno fa. Col provvedimento uscirono dalle carceri 30 mila persone di cui un buon numero è già rientrato dopo avere profittato della libertà per commettere omicidi, vendette e un'allegra gamma dei più svariati reati. A chi glielo rinfaccia, Clemente - di nome e di fatto - risponde che la clemenza era stata raccomandata da Papa Wojtyla prima di morire. Non è l'argomento che ci si aspetta da un ministro della Repubblica, ma Mastella è rimasto un democristiano al cubo e ragiona come può. Per gli stessi motivi ecclesiali ha minacciato la crisi di governo sui Dico, le coppie gay e fecondazioni varie. In questo modo è diventato il pupillo del Vaticano, surclassando Ciccio Rutelli che puntava al ruolo di primo baciapile del governo.

Papa Ratzinger nutre ormai per Clemente un affetto filiale e lo ha accolto più volte nella Città Leonina. Alle intime udienze, Clemente si è recato con la moglie, Sandra, i figli e un selezionato parentado. Ogni volta hanno ricevuto rosari benedetti, omaggio del pontefice, e ne hanno fatto collezione. Ma ora, col moltiplicarsi delle visite, non sanno più dove metterli e li distribuiscono ai cronisti che seguono gli accessi della famiglia in Vaticano. Chi scrive, ha l'onore di conoscere colleghi in possesso dei preziosi cimeli.

Mastella fa dunque parte del governo, ma corre per sé. Non si spella le mani per Prodi, prende spesso le distanze e - avendo fatto in passato prodigiosi salti della quaglia - suscita vaste diffidenze. Centrista per natura, Clemente si trova male in un sistema manicheo, spaccato tra destra e sinistra. Lui è per le sfumature, le zone grigie, gli arzigogoli. Rara avis nell'Unione, è in buoni rapporti col Cav. «Non scordo - ha detto - che con Berlusconi ho fatto il ministro (del Lavoro, nel '94. Ndr), mentre non l'avevo fatto con la Dc». Di recente, si sono incontrati per una bisbocciata con due cantanti del giro clementino, Gigi D'Alessio e Claudio Baglioni.

Davanti alla mensa imbandita, Clemente rievocava i fischi a Prodi nella parata del 2 giugno. «La gente era scatenata - ha ricordato - e vedendomi gridava: “Mastella, butta giù il governo!”. Ma come faccio? Se cade lui, cado anch'io». Al che, il Cav prontamente: «Nessun problema. Ci sono qua io!». Sono seguite effusioni, una spaghettata e vino a volontà. Alla fine, Clemente ha invitato il Cav al festival dell'Udeur di fine agosto in quel di Telese, nel Beneventano, feudo di Mastella e, in pari grado, della consorte Sandra la quale, da tempo in politica, è oggi nientemeno che presidente del Consiglio regionale campano.

Questo - meriti della bella Sandra Lonardi in Mastella, a parte - ci ricorda l'indomabile familismo mastelliano. Da ministro del Lavoro nel '94, Clemente nominò un suo compagno di scuola, Pietro Magno, presidente dell'Inail; il compaesano Antonio Martone, consigliere del Cnel; il segretario personale, Emiliano Amato, consigliere di amministrazione dell'Inps. In Rai ha piazzato legioni di cronisti democristiani. L'anticamera della sua segreteria all'Udeur pullula di starlette curvilinee in questua di raccomandazioni per un varietà tv. Una di tali aspiranti, Anna Kanakis, ex Miss Italia, è stata addirittura responsabile Udeur per lo Spettacolo.

Questo inossidabile dc ebbe modesti natali in una delle quattro case di Ceppaloni. Il padre, Pellegrino, maestro elementare, sbarcava a fatica il lunario. Clemente possedeva un solo paio di scarpe e i genitori gli raccomandavano di averne massima cura. Così, se si attardava a giocare a pallone, le puliva ben bene prima di rientrare a casa. Gli è rimasta l'abitudine di lustrarsi i mocassini spesso e dovunque. Solleva una gamba, poi l'altra, li strofina sul retro dei pantaloni all'altezza del polpaccio e resta miracolosamente in bilico su un piede come un fenicottero.

Per garantirgli un avvenire, il babbo lo affidò ai preti. Frequentò il liceo dai salesiani di Benevento, si iscrisse all'Azione cattolica, approdò alla Dc. Per la parlantina, che anticipò il cervello, il giovanotto fu notato da Ciriaco De Mita, il ras Dc di Avellino, la provincia limitrofa. Ne divenne prima il portaborsa - quella di De Mita era una cartella piena di tasche e cinghie, farraginosa come il suo proprietario -, poi il portavoce. Mentre si faceva le ossa nel partito, si addottorò in filosofia a Napoli, «primo laureato - parole sue - di una famiglia un po' analfabeta». Per due anni, fu supplente alle magistrali e nel '73 entrò alla Rai campana. Poiché era stato platealmente raccomandato da Ciriaco, la redazione protestò virtuosa con tre giorni di sciopero. In realtà avevano tutti avuto una spintarella come scoprì subito Clemente che, tempo due mesi, era già nel comitato di redazione. Tre anni dopo, il giornalista diventava deputato e si mise in aspettativa. Ci è restato 28 anni, con diritto al posto, scatti di anzianità, previdenza, sanità. Si è dimesso dalla Rai nel 2004 e ha avuto, per 36 mesi di lavoro, 40 milioni (lire) di liquidazione.

Per tre lustri, Mastella fu - come capufficio stampa - l'ombra di De Mita, con l'incarico di farlo apparire un Richelieu. Invano. Ruppero nell'88 quando Ciriaco, nominato premier, invece di prenderlo nel governo lo spedì a dirigere La discussione, plumbeo settimanale per patiti dc. Le ragioni dello sgarbo vanno ricercate nella villa che Clemente e Sandra si erano nel frattempo costruiti a Ceppaloni. Doveva, per rispetto delle gerarchie, essere una modesta imitazione di quella demitiana di Nusco. Invece la surclassò con la famosa piscina a conchiglia, per i malevoli a forma di cozza, in realtà di valva di capasanta, simile perciò a quella della Venere di Botticelli (lady Sandra è infatti di gusti, sì sontuosi, ma sicuri). L'affronto mandò in bestia la moglie di De Mita, Anna Schirinzi, che insufflò l'invidia nel cuore del marito. Di qui, l'esclusione di Clemente dal governo. Così, finì una storia ventennale.

Mastella, rimasto solo, ebbe un cupo smarrimento, moltiplicato dal ciclone Tangentopoli. Fu un attimo. Si riprese, fondò il Ccd con Pierferdy Casini ed entrambi furono ripescati dal Cav nel '94. Poi, la sinistra tornò al potere e Clemente si mise in combutta con D'Alema, fondò l'Udeur e gettò Pierferdy alle ortiche. A chi gli chiedeva come avesse reagito Casini al tradimento, rispondeva: «Parliamo ancora di casini? Pensavo fossero chiusi». Poi... Scusate però, ma chissene importa di quello che ha fatto poi. Tanto lo conosciamo. Quello è.