Un click malinconico sulla natura in gabbia

L’artista ritrae gli animali in cattività usando l’obiettivo come una barriera, quella che divide il loro mondo da quello degli umani. La fotografa: «Anche noi spesso siamo imprigionati dalla nostra storia»

Barbara Silbe

Gli animali ci osservano. E non avendo dita da puntarci contro, abbassano lo sguardo e aspettano che passi. Aspettano attenzioni. Aspettano guarigioni nostre e loro, che non arrivano. Vulnerabili, ignari, prigionieri di un mondo che non riconoscono, restano ai margini, come barboni affamati, incapaci di comunicare. Ai complessi, contraddittori rapporti tra uomini e animali è dedicata la rassegna fotografica «Il vetro tra noi», aperta fino al 30 luglio alla Galleria ClicArt Museo Zucchi Duomo di via Ugo Foscolo 4, a cura di Enrica Viganò e in collaborazione con l’Agenzia Marka.
L’autrice della ricerca è Rebecca Norris Webb, poetessa e giornalista newyorkese, moglie del più famoso Alex Webb (reporter di Magnum Photos), che fin dal 1987 si è avvicinata a questo mezzo di espressione. Dopo Martine Franck, compagna di Henri Cartier-Bresson, dopo June Newton e Donata Wenders, che hanno affiancato i mariti Helmut e Wim nel loro lavoro, un’altra moglie di un grande fotografo tenta la stessa strada, come se fosse facile, come se questo semplificasse le cose. «Devo sottolineare - confessa l’autrice - che essere sposati con un fotografo straordinario come Alex rende modesti. Detto questo, penso che io e lui abbiamo sviluppato una partnership creativa che funziona bene per entrambi. Siamo i fan più accaniti l’uno dell’altra e, allo stesso tempo, i critici più esigenti. Chi può capire meglio le osservazioni dell’essere fotografato se non un altro fotografo?».
Rebecca Norris Webb usa il vetro come una lente, come una barriera, come un confine immaginario che delimita spazi, pensieri e punti di vista. Le sue immagini, scattate in anni diversi all’acquario di Coney Island, allo zoo di Parigi e Istanbul, in Messico e all’Avana, sono riflessi di emozioni esteticamente perfette e politicamente corrette. Si vedono giraffe che sembrano volersi nutrire delle foglie di una pianta che è solo dipinta sulla parete della gabbia, leoni che osservano malinconici un orizzonte dietro le sbarre, un pallido beluga che pensa di volare sopra le teste dei visitatori e un elefante dolcissimo che fa capolino dal finestrino di una vecchia auto cubana. E ancora il volto di un babbuino che pare fondersi con quello di un bimbo, come in una dissolvenza, e poi struzzi e pecore che si affrontano a muso duro e una tartaruga che nuota verso l’infinito, sperando che porti alla libertà.
«Il titolo della mostra - prosegue la fotografa - è ispirato da una citazione del poeta polacco Milosz: “Siamo separati dalla natura, come se ci fosse una parete di vetro“. La conseguenza è che gli animali non sono le uniche creature a essere in gabbia. Anche noi siamo imprigionati dalla nostra storia costellata di violenze, come quella di strappare altri esseri viventi dal loro habitat naturale per mostrarli in cattività come semplici oggetti di curiosità e di meraviglia, simboli del potere, della mondanità, del progresso di città soffocanti». «Queste immagini - conclude - riguardano in parte la superficie anestetizzata che spesso ci attira verso le loro prigioni. Molti scatti invece alludono a qualcosa di oscuro che sta al di sotto della facciata: crudeltà, sofferenza, tristezza, disorientamento e confusione su ciò che è reale in questi non-luoghi artificiali».
L’esposizione è aperta con ingresso libero dalle 9.30 alle 19.30; lunedì 13.30-19.30; domenica chiuso. Per informazioni, tel. 02.439221.