«Clima intimidatorio» Rosa e Olindo chiedono di spostare il processo

Erba, la difesa accusa l’«oltraggiosa campagna di stampa dei media locali». Ora si attende la Cassazione

nostro inviato a Como
Schermaglie che diventano risentimenti. Risentimenti che diventano veleni. E così il processo per la strage di Erba va a sbattere contro l'iceberg di un'istanza. Che, in verità, sempre nell'aria fin dal primo giorno, riaffiora improvvisamente in un'insospettabile mattina di primavera, giusto al giro di boa dei due mesi di udienze.
«Presidente così non si può più andare avanti, la situazione è diventata insostenibile. Siamo di fronte ad un clima intimidatorio e di risentimento popolare che ci costringe a chiedere il trasferimento del dibattimento altrove...». Sono le 9.29 quando l'avvocato Enzo Pacia, il decano della terna difensiva, cui Olindo Romano e Rosa Bazzi si sono affidati per uscire dai loro seri guai, si alza in piedi e punta il dito contro «l'oltraggiosa campagna di stampa orchestrata contro i suoi assistiti dagli organi di informazioni locali». L'istanza che può cambiare l'indirizzo anagrafico ma che, in ogni caso, imporrà uno stop alla macchina giudiziaria di Como, in attesa del pronunciamento della Cassazione, trova specifica motivazione, secondo i legali, nelle trasmissioni che l'emittente Espansione Tv ha dedicato al caso e in cui si sarebbero «ridicolizzate» le tesi della difesa. In particolare, si legge nel documento: «Nel corso della trasmissione del 27 marzo 2008 addirittura uno degli intervenuti non ha esitato ad affermare che i giudici popolari stavano ascoltando il programma. Questo tono persecutorio - scrivono i difensori degli imputati - è stato certamente colto dai giudici togati e popolari tra cui, si noti, alcuni pare abitino ad Erba dove è avvenuta la strage». Stando così le cose per gli avvocati Fabio Schembri, Luisa Bordeaux ed Enzo Pacia, a Como esiste, oggi come oggi, quel «legittimo sospetto» che potrebbe turbare la serenità dei giudici. Anche perché i legali sostengono che «l'attesa della condanna è sentita dalla popolazione come mezzo per affrancare l'immagine della provincia e dei suoi abitanti e si è manifestata anche con grida alla comparsa degli imputati, inneggianti alla pena di morte e con appellativi come assassini».
Che cosa succederà quindi adesso? Che innanzitutto la sentenza non potrà esserci fino a quando (presumibilmente un paio di mesi) la corte di Cassazione non avrà deciso se spostare o no il processo altrove. E il dibattimento verrà sospeso, come impone la legge, prima della requisitoria del pm Massimo Astori e delle arringhe dei difensori. Potrebbe quindi già fermarsi dopo la prossima udienza prevista per domani quando saranno nuovamente sentiti i consulenti scientifici della Procura: il medico legale Giovanni Scola, che si è occupato delle autopsie e l'ematologo Carlo Previderé, che lavorò sulla macchia di sangue trovata sull'auto di Olindo Romano e attribuita a Valeria Cherubini, una delle vittime. In pratica una controreplica dopo che i consulenti della difesa anche ieri hanno cercato di dimostrare come la dinamica della strage non collimi con la ricostruzione dell'accusa e con le confessioni degli imputati, poi ritrattate. L'interrogativo che resta sospeso è: dove è stata uccisa la Cherubini? Per il professor Carlo Torre e il medico legale Valentina Vasino, ingaggiati dai difensori dei coniugi Romano, la moglie dell'unico sopravvissuto, Mario Frigerio, fu colpita a morte nel suo appartamento, e non, come sostiene il pm, lungo le scale per poi andare a morire nella sua casa al piano di sopra. Così, per la difesa, Olindo e Rosa non avrebbero avuto modo di fuggire senza essere visti dai soccorritori. Mentre gli assassini «veri» avrebbero potuto fuggire dal terrazzino senza passare per la corte di via Diaz.