Clima, la natura si vendica dei catastrofisti

Caro Granzotto, le comunico «ufficialmente» che finalmente la tartarughina Vanda è andata in ferie (pardon, volevo dire in letargo...). E pure che ieri ho staccato da un albero della Val d’Aveto un lucidissimo ghiacciolo prodotto dalla gelata galaverna e me lo sono «stipato» nel freezer. Alla mala parata, dovessero aver ragione i catastrofisti di Copenaghen, lo serberò per buona memoria dei miei pronipoti. E Lei, che fa? Che fa? Approfitto per inviare a Lei e (mi piglio questa libertà) alla sua famiglia, Buon Natale!
Camogli

Cosa faccio, caro Fassone? Me la godo (oddio, esco da una settimana con febbre sui trentanove e passa. Non era influenza e meno che mai la «maiala». Avevo solo la febbre, nessun altro sintomo influenzale. Febbre cagionata da una lunga permanenza in luogo diaccio. Che se avesse ragione quel simpatico di Al Gore un colpo di calore avrebbe dovuto essere, altro che una micidiale infreddatura). A rendere meno noiosa la degenza è stato l’ambaradam di Copenaghen, mai vista una roba simile: 40mila delegati a discorrere sull’irrilevante, stando le famose mail che smentiscono la «scientificità» dei modelli matematici indicanti il surriscaldamento del pianeta. A renderla invece giuliva ci ha pensato l’attesa di un miracolo (ovviamente non realizzatosi) da parte di Obama, che gli obamabamba ritengono, appunto, in possesso di facoltà taumaturgiche. Molto mi hanno interessato anche le botte prese dai ragazzotti che in nome della salvezza del pianeta intendevano dapprima sfasciare la capitale danese. Finita sfasciata è stata qualche loro testa, ma sapendo quanto sono dure, poco male. Lei potrà capire, caro Fassone, che a uno come me che dai tempi di quel famigerato «Rapporto sui limiti dello sviluppo» di Aurelio Peccei che diede, nel ’72, l’avvio alle danze climatocatastrofiste, denuncia il fregnacciume ambientalista, assistere al fallimento della conferenza di Copenaghen è stato un godimento. Perché finché si scherza si scherza, ma se fosse passata la linea climatocatastrofista (detta anche «Panzana di Al Gore») sa quanto ci sarebbe costata, in soldoni? Ventunmila miliardi di dollari. Buttati al vento. Sottratti allo sviluppo e quindi al benessere generale. Alla lotta contro la fame, per dire di un problema che tanto sta a cuore all’ecologo consapevole, equo e solidale.
Ma io dico, invece di dar retta ai mammalucchi dell’Iccp, l’Agenzia dell’Onu che la mena col riscaldamento globale, non bastava osservare il comportamento della tartarughina Vanda per capire che qui non si riscalda un bel niente? Sensazione confermata, se proprio si vuol andare sul sicuro, dalla bolletta del riscaldamento? Che poi la natura sembra voler mettercela tutta per ridicolizzare i profeti del global warming. A Copenaghen, dov’erano riuniti in massa, ha fatto un freddo come non se lo ricordavano dai tempi di Hansel e Gretel. Ma chi ne fa più le spese è proprio Al Gore. A ogni sua conferenza, retribuita con 80mila dollari, tanto per gradire, immancabilmente si scatena il finimondo: tempeste di neve, temperature polari, strade trasformate in piste di pattinaggio, lastre di ghiaccio che piovono dai tetti... Ovunque si rechi per diffondere (a pagamento) il verbo del riscaldamento globale la natura lo sgambetta facendogli trovare un clima da era glaciale. Anche dove il termometro non era mai sceso sotto i 12 gradi. Ed è con la rassicurante certezza che la natura sta dalla nostra parte e non da quella dei pirloni alla Al Gore che la saluto, caro Fassone. Augurando a lei e a tutti i miei amati lettori e amatissime lettrici un sereno Santo Natale, quello nostro, quello del presepio, dei pastori e della stella cometa, del bue e dell’asinello e, come canta il Tu scendi dalle stelle, di Sant’Alfonso de’ Liguori, col Re del cielo che nasce in una grotta. Al freddo, al gelo.