Clima, Obama non salva il mondo e strappa un’intesa piccola piccola

Forse il problema è Copenaghen: lì a ottobre Barack Obama incassò una cocente, inaspettata sconfitta di immagine, quando, nonostante il suo intervento personale, Chicago non ottenne le Olimpiadi 2016. E ieri, sempre a Copenaghen, dove gli Stati Uniti hanno trovato in serata un tiepido accordo con Cina, India e Sudafrica, il presidente ha pronunciato il discorso più deludente da quando è alla Casa Bianca. L’oratore abituato a suscitare entusiasmi travolgenti, alla fine dell’intervento è stato salutato da delegati alla Conferenza sull’ambiente con un applauso breve, di circostanza. Non è riuscito a scaldare il clima, ma sebbene il simposio fosse dedicato all’effetto serra, questa non è una buona notizia. E non solo perché gli applausi non inquinano. L’intensità dei battimani è proporzionale al successo di un vertice che alla vigilia sembrava destinato a salvare la terra dell’Apocalisse e che invece si conclude al ribasso.
Ci si aspettava che Obama, con il suo carisma, riuscisse a sbloccare la conferenza, tanto più che l’ecologia è da sempre uno dei suoi cavalli di battaglia, in aperta rottura con il suo predecessore. George Bush non ha mai creduto alle teorie secondo cui l’aumento delle temperature sia provocato dall’uomo. Barack Obama, invece, è persuaso che sia necessario porre limiti all’inquinamento generato dalla società industriale e consumistica e sebbene fosse più moderato rispetto al catastrofista Al Gore, appariva al mondo come un rassicurante Messia Verde. Ma un conto è affascinare le folle in campagna elettorale o delineando scenari lontani nel tempo, un altro è prendere decisioni considerando gli interessi nazionali.
Evidentemente, il mondo, visto dalla Casa Bianca, appare meno sporco. O forse, più semplicemente, il presidente americano ha scoperto le virtù del pragmatismo. E quando si predilige la concretezza rispetto al dogmatismo, le capacità di seduzione inevitabilmente si riducono. Quando è salito sul palco Obama, anziché affascinare, richiamandosi a principi nobili quanto vaghi, come fece nel discorso sull’Islam al Cairo, è stato costretto a indicare misure pratiche per superare l’impasse della conferenza. Non ha potuto bluffare, né rifugiarsi nella retorica. «Gli Usa sono la prima economia al mondo e il secondo maggiore inquinatore e dobbiamo assumerci le nostre responsabilità», ha riconosciuto, con sincerità. Ma poi si è fermato. Per quanto ben disposto, nemmeno Obama può superare certi limiti senza danneggiare l’economia Paese e dunque alla fine si è limitato a ricordare i termini dell’offerta statunitense sulla riduzione delle emissioni di Co2, finanziamento ai Paesi poveri, verifica dei risultati raggiunti. Il suo è apparso alla stregua di un «prendere o lasciare», accolto con ostentata freddezza dai delegati. Greenpeace lo ha addirittura accusato di aver «tradito lo spirito dello yes we can», pronunciando un discorso cinico. «Obama ha detto che tutte le parti devono fare passi avanti, ma il primo a non schiodarsi dalle proprie posizioni è stato lui», ha dichiarato Phil Radford, uno dei direttori di Greenpeace, avvertendo che il presidente Usa rischia di essere indicato come «l’uomo che ha ucciso Copenhagen». Un’accusa pesante, uno choc per molti dei suoi simpatizzanti, che ieri hanno scoperto un altro Obama, realistico, duro, persino egoista. E non sono bastati i suoi sforzi finali a correggere questa impressione. Ha incontrato il premier cinese Wen Jibao strappando un impegno generico per limitare di due gradi l’aumento della temperatura globale.
Il rush finale è servito a produrre un accordo tiepido che non contiene cifre sugli impegni di riduzione di Co2 né a medio né a lungo termine e non è nemmeno vincolante. Tutto rinviato a un nuovo summit che si terrà a Bonn entro sei mesi.