Un clima di verità

Lunedì si aprirà a Montreal la megaconferenza dell'Onu sul cambiamento climatico. Ottomila tra scienziati, rappresentanti di governi e gruppi di interesse di tutto il mondo valuteranno lo stato dell'ecosistema ed i possibili impatti delle sue variazioni. Il pianeta riflette su se stesso. I risultati ci diranno finalmente la causa del mutamento climatico, entità e tempi esatti di questo? Temo di no, insieme a parecchi colleghi che studiano la relazione ambiente/economia, in base ai documenti circolanti. Per questo pongo l'ecoquestione, non all'Onu che è solo un contenitore, ma ai governi, in particolare europei, ed ai gruppi scientifici che lo riempiono di contenuti: qualcosa di grosso sta succedendo nel clima del pianeta, non possiamo più gestirlo con teorie vaghe o solo settoriali, esposte alla deriva ideologica. Dobbiamo precisarlo in forme scientifiche tali da permettere decisioni ecopolitiche basate su fatti incontrovertibili. Poiché non sembra ci sia la spinta verso tale precisazione, proporrò qui, per accendere dibattito, un progetto capace di ottenerla: «Home».
Un ricordo personale aiuterà a semplificare una materia complicata. Dal 1988 al '90 lavorai in un gruppo multidisciplinare con lo scopo di fornire all'Onu le basi per una politica globale di prevenzione dei disastri naturali. Alcuni dei fenomeni indagati già apparivano collegati al cambiamento climatico. Il sottogruppo di scienze sociali chiese ai climatologi: dateci un modello di cambiamento ecofisico che poi useremo per scenarizzare gli impatti economici/territoriali e le soluzioni da suggerire ai governi. Qualcuno disse che in un secolo i mari si sarebbero alzati di molto per riscaldamento planetario e scioglimento dei ghiacci, altri che era una balla. Sulle cause l'ambiguità fu perfino maggiore: chi era certo che il globo si scaldasse per l'effetto serra provocato dalle emissioni di idrocarburi e chi, senza negare tale fenomeno, avvertiva che il pianeta ha il vizio di cambiare di suo, questa la spiegazione prevalente: glaciazioni che si alternano a fasi più calde. Gli economisti, senza dati ecofisici precisabili, derubricarono il tema dai lavori. La medesima ambiguità è durata negli anni successivi quando il mutamento climatico esplose come priorità globale. Con una complicazione. Prevalse la teoria semplicistica che il riscaldamento del pianeta fosse causato principalmente dall'effetto serra e che sarebbe bastato azzerare le emissioni di carbonio per risolvere il problema. Il Protocollo di Kyoto (1997) la incorporò e trasformò in una matrice di restrizioni vincolanti. Ed oggi l'ecopolitica si esprime per lo più come gestione di quote di emissioni da ridurre gradualmente. Ma se non bastasse? Se veramente il fenomeno prevalente fosse un mutamento naturale del pianeta? Non c'è chiarezza su questo punto. E non essendoci non c'è nemmeno l'individuabilità degli scenari di impatto. Per esempio, la corrente del Golfo potrà interrompersi, per un cambio della salinità delle acque dovuta allo scioglimento dei ghiacci artici, domani, tra un decennio, tra secoli o mai? Dovremmo saperlo per adattare l'Europa ad una nuova glaciazione. Si può fare, ma, appunto, bisogna saperlo con precisione perché costerebbe un'iradiddio se dovessimo agire subito, poco se in un secolo. Come? Costruendo un modello ecofisico del globo, computerizzato, dove concentrare tutti i dati delle ricerche e monitoraggi settoriali e metterli insieme per rappresentare l'intero sistema: «Home», Holistic Model of Earth, Modello olistico della Terra, casa nostra. Significa far lavorare insieme decine di migliaia di scienziati con centinaia di specializzazioni disciplinari per rappresentare il pianeta, come funziona e perché cambia. Un modello controllato dal metodo scientifico e non dalle contingenze emotive o ideologiche. Che per questo esatto motivo permetterà ad un politico di prendere decisioni trasparenti e calibrate sulla realtà oggettiva, precisata. Penso ad «Home» come ad una sorta di progetto Manhattan, con lo stesso senso di urgenza. Chiedo ai governi più ecovolonterosi di fare gruppo per finanziarlo. Ai colleghi delle scienze, per primi, di esprimersi.
www.carlopelanda.com