Clima, vince l’Italia E la Ue ammette: piano da rivedere

Rinviato a fine anno il varo del documento che impone ai singoli membri di ridurre le emissioni di Co2

nostro inviato a Bruxelles

Ancora in mattinata, dopo il dibattito della sera precedente, erano una trentina le righe del documento finale del summit stilate sul capitolo relativo all'energia e al cambiamento climatico. Si manteneva ferma la decisione di procedere al cosiddetto 20-20-20 entro la fine dell'anno. E cioè di arrivare entro il 2020 alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 20% rispetto al 1990, e all'aumento di un 20% sia delle energie rinnovabili sia dei risparmi energetici. Linea tassativa, nonostante le forti obiezioni dell'Italia - che chiedeva una valutazione sull'impatto dei costi - e delle minacce polacche (da loro sono parecchie le centrali a carbone) condite dalle perplessità di molti altri Paesi.
La notte evidentemente ha portato consiglio. Perché a conclusione del vertice, le 30 righe si facevano 7 con un codicillo di qualche parola ma per nulla ininfluente: si andrà all'attuazione dei propositi «considerando la situazione di ciascun Stato membro nell'ottica di un rapporto costo-efficacia soddisfacente rigorosamente definito». In pratica, un via libera senza ambiguità alla richiesta avanzata dal governo italiano.
«Abbiamo ottenuto l'unanimità: gli obiettivi sono gli stessi e il calendario lo stesso» giurava Barroso al termine dell'appuntamento, facendo notare come sia stato confermato l'impegno a decidere comunque entro il nuovo vertice di metà dicembre. Il premier francese Sarkozy, al suo fianco, era più cauto: «C'è l'impegno - ammetteva - a trovare soluzioni per i Paesi che hanno manifestato problemi». E che problemi esistano, e non piccoli, lo andava a testimoniare il cancelliere tedesco Angela Merkel che pure, in sede di dibattito congiunto, non aveva sollevato troppe questioni: «Ritengo che ci sia ancora molto lavoro da fare per tenere conto degli interessi delle industrie».
Ma chi può cantare vittoria davvero è al momento l'Italia, anche se Zapatero si è espresso con una punta d'acido sullo stop imposto da Berlusconi. Il governo di Roma porta a casa infatti il rinvio in sede tecnica di un approfondito esame del rapporto costi-benefici. «Allarme raccolto» ha commentato soddisfatto il ministro Ronchi Politiche comunitarie), seguito a ruota dai colleghi Prestigiacomo (Ambiente) e Scajola (Sviluppo economico) che molto si erano impegnati sull'argomento nei giorni scorsi.
A questo punto si tratta di andare ad analizzare lo stato delle cose e scegliere una via che non penalizzi i Paesi manifatturieri rispetto ad altri che non devono temere spese e/o multe pesanti. E Berlusconi, che ha spiegato assieme a Frattini e Tremonti l'esito della due giorni, un’idea ha detto di averla già avanzata in proposito. «Condivido la formula di rinviare la decisione a dicembre da parte del Consiglio Europeo - faceva presente - e ho notato la preoccupazione dei Paesi dell'Est per il gravame economico. Per me, bisogna partire da un principio: se l'Unione europea deve essere la portabandiera di una politica per ridurre le emissioni di Co2, allora i gravami economici devono essere divisi tra tutti i cittadini in egual misura. Non è possibile, che l'Italia si addossi da sola costi altissimi. Se dunque a dicembre si vorranno prendere decisioni, bisognerà valutare che tutti e 530 milioni di europei dovranno suddividersi il costo in egual misura».
La riscrittura è stata ottenuta, come voleva l'Italia. Adesso bisogna passare ai contenuti e la sfida è lanciata.