La clinica che guarisce dalla vita con la morte

«Vivere degnamente, morire degnamente». Parole sacrosante. Speranze lecite, dettate dal buon senso. Luci che dovrebbero illuminare il percorso di una vita intera fino alla più misteriosa e imperscrutabili delle conclusioni. Ma se quelle parole diventano qualcosa di più di una filosofia di vita e di morte, diventano uno slogan, una promessa agghiacciante quanto facilmente realizzabile? «Vivere degnamente, morire degnamente» è il motto attorno al quale si aggrovigliano i fili di mille vite piombate nel baratro nelle depressione, nella fine certa decretata da una malattia, nella voglia di farla finita senza un vero perché. «Vivere degnamente, morire degnamente» è il biglietto da visita dell’associazione svizzera «Dignitas» fondata il 17 maggio del 1998 a Forch, non lontano da Zurigo che, in collaborazione con medici, psicologi, psichiatri, associazioni simili di altri Paesi, e cliniche specializzate, si propone di lavorare terapeuticamente per dissuadere chi manifesti volontà suicide ma anche di assecondare, con la pratica del suicidio assistito, chi, cittadino svizzero o no, sia fermamente determinato a togliersi la vita. Una singolare offerta quella proposta da «Dignitas» che ha fatto diventare la Svizzera il capolinea privilegiato da molti disperati. Ogni anno, infatti, circa 200 persone ricorrono alla morte assistita in Svizzera, dove il suicidio assistito è consentito dal 1941 a condizione che non sia legato ad alcun motivo egoistico ed è ammesso solo in modo passivo, cioè procurando ad una persona i mezzi per suicidarsi, ma non aiutandola a farlo. Un Paese, la Svizzera dove peraltro si registrano in media 1400 suicidi all'anno, pari al 2,2 per cento del totale dei decessi. Per la cronaca «Dignitas» ha assistito nel suicidio un totale di 1138 persone, (592 provenienti dalla Germania, 118 dalla Svizzera, 102 dalla Francia, 18 dagli Stati Uniti, 19 dall'Italia e 16 dalla Spagna.)
Secondo «Exit Italia» (l’associazione che dal 1996 lotta per vedere riconosciuto il diritto «a una morte dignitosa») sono almeno 30 gli italiani, malati di Sla, di cancro, di sclerosi multipla, ma anche di depressione, che nel 2011 si sono incamminati verso questa strada di non ritorno. Diciotto di questi sono stati dirottati alla clinica «Dignitas» di Zurigo. Ma, secondo quanto riferisce Emilio Coveri, presidente di Exit Italia: «Se Magri ha potuto accedere alla struttura è perché la sua depressione era grave e conclamata. Non si va in Svizzera perché qualcuno ti suicidi se tu non ce la fai da solo, si va per un trattamento dignitoso e dietro copertura medica, solo e soltanto se puoi produrre una documentazione clinica che provi la gravità del tuo stato, sia esso fisico o psichiatrico». Secondo i dati in possesso di «Exit» a dimostrazione di ciò c’è il fatto che su mille richieste di suicidio 400 vengono rigettate dalla clinica perché mancano i requisiti. Una volta deciso che si può fare, i medici forniscono un composto chimico con un barbiturico e un potentissimo sonnifero, dopo aver somministrato due pastiglie di antiemetico. «In 5 minuti, senza dolore, arriva l’arresto cardiaco. Ma se il paziente non riesce a bere da solo il composto, se ha paura, se vuole essere aiutato, i medici - precisa Coveri - sono inflessibili: meglio tornare in Italia. Loro non uccidono per conto dell’aspirante suicida. Il tutto a un costo di non più di 3.000 euro».
In ogni caso associazioni come «Exit», in Svizzera non sono punibili a meno che non sia possibile contestare loro motivi egoistici. Sulla scia di questa «disponibilità» il 15 maggio scorso il diritto al suicidio assistito è stato confermato anche ai non residenti in Svizzera. Attualmente sono tre i Paesi della Ue che hanno legalizzato il suicidio assistito: Olanda, Belgio e Lussemburgo. Non è ancora tutto: chi sceglie il suicidio assistito può contare anche sulla «Miralux Fiduciaria Sagl» di Lugano che fornisce i consigli legali a tutti coloro che vogliono farla finita, evitando di incorrere in conseguenze giudiziarie.