«Clinica degli orrori? Aspettate a giudicarmi non sono un mostro»

L’ACCUSA Il chirurgo avrebbe effettuato interventi inutili solo per truffare la Regione

Per la prima volta da quando questa inchiesta è iniziata - e il nome di Pierpaolo Brega Massone è diventato un nome frequentemente citato nelle cronache - la possibilità di parlare con il chirurgo della clinica Santa Rita si materializza alle undici di ieri mattina, nella grande aula al primo piano del tribunale dove si celebra il processo. Il giudice Maria Luisa Balzarotti ha appena ordinato una pausa dell’udienza, dopo che i consulenti della Procura hanno elencato altri casi di pazienti che l’équipe di Brega Massone avrebbe sottoposto a sofferenze e mutilazioni prive di senso clinico.
L’aula si svuota, cronisti e legali escono. Brega rimane al suo posto, nel primo banco, accanto al suo avvocato Massimo Pellicciotta. Indossa una camicia bianca a righe. A stupire, quando lo si avvicina, è in primo luogo la sua aria tranquilla. È in carcere da un anno. Questo processo, per decine di casi di gravi lesioni, rischia di costargli una condanna a più di dieci anni di carcere. E la Procura non si è affatto rassegnata a non riaccusarlo prima o poi anche di quei cinque omicidi per i quali il tribunale del Riesame aveva ritenuto insufficienti le prove. È uno scenario che potrebbe travolgere psicologicamente chiunque. Invece Brega, con la sua faccia quasi da ragazzino, sembra tenere botta.
«Se volete, parlategli pure. Ma non so cosa abbia da dire», premette l’avvocato Pellicciotta. Ma Brega qualcosa da dire ce l’ha. Non fa polemiche, però non sembra neanche intenzionato a subire in silenzio. «Come stia andando il processo è sotto gli occhi di tutti. Siamo di fronte ad una lunga serie di udienze dedicate ad ascoltare la versione dei consulenti della Procura su quello che sarebbe accaduto alla clinica Santa Rita. Sono opinioni di parte. Quando loro avranno finito, inizieranno a venire sentiti i nostri consulenti. E vedrete che ci troveremo davanti a spiegazioni assai diverse di quelle che abbiamo dovuto ascoltare fino ad ora».
È la conferma che Brega intende combattere questo processo sino in fondo: anche di fronte alla gravità delle accuse che gli sono piovute addosso, l’ex primario di chirurgia toracica sceglie di negare su tutta la linea. Sostiene che le centinaia di interventi finiti sotto la lente della magistratura erano compiuti secondo scienza e coscienza, per salvare i pazienti o almeno per lenire le loro sofferenze: «Davo loro una morte dignitosa», aveva detto Brega ai giudici il 2 aprile scorso. Come questa linea sia compatibile con gli scenari da incubo descritti dai consulenti della Procura lo si capirà solo quando inizieranno a deporre gli esperti della difesa.
E lei, dottor Brega, come sta? «Sto come uno che è in carcere da dodici mesi». È dura? «Sì. Molto dura». Ma anche questo lo dice senza enfasi, senza cercare di impietosire. Chissà come immagina il suo futuro, questo brillante giovane chirurgo ritrovatosi a impersonare un ruolo quasi da mostro. Ma non c’è tempo per chiederglielo: irrompe la polizia penitenziaria, «Non si può parlare con il detenuto!». Lui sorride e, come se nulla fosse, torna a studiare le carte che gli stanno davanti.