Alla clinica hard: curiamo i sesso-dipendenti

Viaggio a Bolzano nel primo centro italiano che si occupa dei "sex addicted": "Sono soprattutto maschi, trentenni e del Nord-Est". Costo del ricovero, 500 euro per tre giorni

Bolzano - Calma, nessuno si faccia prendere dal panico. Il chiodo fisso l’abbiamo tutti, ma non è un problema serio. Il chiodo fisso è nella norma. Per limitarne gli effetti basta guardare le foto di Rosy Bindi e di Livia Turco, o ascoltarsi i comizi della Santanchè: passa tutto. La questione si fa molto più grave quando i chiodi sono piantati a sventagliate, dentro la stessa testa. Quando esiste solo quello, si pensa solo a quello, si fa solo quello. Con i compagni più diversi, nei luoghi più assurdi, nei modi più avvilenti. Ventiquattro ore al giorno, orario continuato, ferie e festivi compresi. È a quel punto che il sesso non è più soltanto un pensiero invadente: diventa una malattia. Una dipendenza. Come l’alcol, come la droga. Anche se a qualcuno può sembrare una dipendenza molto più beata, anche se a qualcuno potrebbe persino venire voglia di contrarre il morbo.
Trent’anni dopo l’America, come in quasi tutto, oggi anche l’Italia comincia a prendere sul serio la questione. Per chi voglia curarsi, c’è una porta dove bussare. È quella della Società di intervento sulle patologie compulsive, a Bolzano, in vicolo Gumer, proprio di fronte al municipio. Ed è qui che busso, fortunatamente ancora abbastanza sano con il mio comune chiodo fisso, per incontrare il direttore della speciale clinica. Si chiama Cesare Guerreschi, un cognome che in queste situazioni estreme ha tutto il sapore di un aggettivo.

Psicologo e psicoterapeuta, Guerreschi è un pioniere del ramo. Dopo aver lavorato tanti anni nell’ospedale cittadino sui problemi dell’alcol e delle droghe, dopo molti studi negli States, nei primi anni Novanta ha fondato questo istituto particolare: «Gli ospedali tradizionali non sono ancora pronti per le dipendenze “senza sostanze”. Eppure, gli americani già da tempo le hanno individuate e definite: sono le new addiction, le nuove dipendenze. Gioco d’azzardo, shopping, telefonino, internet. Gente ormai schiava a livello patologico. Quella del sesso, è detta sexual addiction».

Un giorno, fine ’95, nel suo studio arriva una ragazza di 23 anni. «E chi la scorda più. Primi rapporti a 16 anni, poi una storia con un parente stretto, che lentamente l’aveva avviata all’amore di gruppo. Si era ritrovata nel punto più basso: a farlo ovunque, con tutti, senza provare mai piacere. Solo sperando di ricevere in cambio dell’affetto...».

Dottore, scusi la brutalità: il malato maschio lo fa per piacere, mica per l’affetto, o sono troppo semplicistico? Il dottore non si scompone: «Giustissimo. L’uomo lo fa per il piacere. Ma anche in questo caso è dipendenza. Ricordo per esempio un tizio, 37enne, che da una decina d’anni non sapeva resistere alle prostitute nere. Le cercava in continuazione, impazziva solo a sentire il profumo della pelle. Era arrivato ad avere anche dieci rapporti al giorno.

Ovviamente è finito in ospedale. Lì ci hanno chiamati. Lo abbiamo avuto in terapia per quattordici mesi, ma ne è uscito. Ancora oggi ci ringrazia».

È il momento di fare un punto. Di inquadrare la materia, come si dice al liceo, senza scendere in complicati e noiosi dettagli scientifici. Allora, perché nessuno dimentichi. Prima di tutto, il sesso-dipendente non c’entra nulla con i maniaci (meglio detti erotomani) e con le ninfomani (meglio dette ninfomani): «Quelli hanno solo bisogno di farlo tanto, ma al limite anche con un compagno solo. Se quello resiste. Il dipendente invece lo fa in modo sfrenato, disordinato, ovunque, con chiunque, senza protezioni. La sua affettività è distrutta, è alla disperata e ossessiva caccia di sesso. Arriva all’esibizionismo, alla prostituzione, alle molestie sessuali sui posti di lavoro».

Come comincia il calvario? Esattamente come con l’alcol e con la droga: «Un bicchiere, due bicchieri. Uno spinello, due spinelli. Qui, con un’esperienza particolare, poi un’altra, poi un’altra ancora. Nel caso raccontato: una nera, un’altra, un’altra ancora. Al capolinea, c’è il bisogno patologico». Una volta tanto, va aggiunto, non ci sono dietro traumi infantili o sordide violenze familiari: «Quasi mai. Solitamente, il soggetto ha una vita più o meno normale».

Proseguo con la divulgazione scientifica: alla fine, stampo dispensa ed emetto fattura. Altro elemento importante: l’età media per contrarre la malattia. «In genere, tra i trenta e i quarant’anni». Quanto alla statistica, risultano flagellati più gli uomini della donne: «Il rapporto è settanta a trenta» (ma va?, ndr). Curiosa, ma neanche tanto sorprendente, la distribuzione geografica dei casi: «La più alta concentrazione sta nel benessere del Nord-Est».

Ecco, più o meno il fosco quadro è completo. Adesso, spazio alla speranza. Il dottor Guerreschi garantisce: si può guarire. Il suo metodo prevede subito tre giorni di permanenza nell’istituto, meglio con la famiglia (se conosce il dramma): dopo una serie di test e di colloqui, la diagnosi. Costo di questa full-immersion, 500 euro. A seguire, le indicazioni: «Interveniamo con medicinali e con affiancamenti psicologici. I farmaci di ultima generazione sono quelli per la ricaptazione della serotonina. Quanto ai colloqui: chi abita vicino può tornare da noi, almeno una volta la settimana.

All’occorrenza, c’è il ricovero. Chi è lontano, deve trovare un medico di fiducia con cui noi possiamo dialogare». La guarigione, quando? «Dipende da troppe cose. Qualcuno ne esce dopo sei-otto mesi. Ad altri servono anni».

Lascio il valoroso specialista alla sua pressante clientela. «Scusi sa, ma c’è un signore venuto da Bari che aspetta...». Dottore, scusi lei. Solo un’ultima cosa: ma il male, in Italia, è molto diffuso? «Si calcola un milione e mezzo di casi. Noi ne abbiamo in cura duecento l’anno».
Mentre lo saluto, mi chiedo: duecento in cura, dove si nascondono gli altri? Purtroppo, conosco già la risposta becera di tante spiritose: uno sta qui, nella mia casa, sotto il mio stesso tetto. Ma è solo sterile polemica matrimoniale. Non è nemmeno il caso di ascoltarle. Sono quelle che dopo le otto di sera, al posto del chiodo fisso, in testa hanno l’emicrania fissa.