Clint lancia la sfida Essere conservatori ma non parrucconi

Alto e ritto, Clint Eastwood è come il suo cinema. Asciutto e solidamente dissacrante: il cinema di un conservatore che sfronda i luoghi comuni della destra facilona. Di effimero o pleonastico, nei film di Eastwood non c’è nulla. Sia che trattino di eutanasia e di xenofobia, della guerra al Giappone o di Nelson Mandela, circola sempre un pensiero forte, un invito a tenere la schiena dritta e lo sguardo verso l’alto. Racconta Armie Hammer che ha interpretato il ruolo del segretario omosessuale di Hoover nell’ultimo film, J. Edgar: «Clint arrivava sul set e diceva: “Vorrei una macchina da presa lì, una qui e, mmh, una da qualche altra parte”. Quindi salutava e se ne andava in palestra, pensava a tutto il suo cameraman con il quale lavora da molto tempo e ormai si capisce al volo. In ogni location si fa allestire gli attrezzi per potersi allenare ogni giorno». Il meglio come regista, l’ultraottantenne Clint l’ha dato dopo i settanta. In una delle ultime interviste disse a Maurizio Cabona che lo interrogava sul suo rapporto con la Hollywood che predilige gli happy end: «O si striscia, si baciano i piedi, si scrivono solo storie a lieto fine, si firmano lunghi contratti e non si lascia mai Hollywood. O si fa il contrario». La sua penultima opera intitolata Hereafter prendeva le mosse dallo tsunami nelle Filippine e intrecciava tre storie di persone che avevano avuto a che fare con la morte. Così, mentre la critica non solo cinematografica si chiedeva se eravamo di fronte a un capolavoro oppure a un polpettone new age, intanto si è confrontata sull’aldilà e la vita dopo la morte.
L’ultimo film, invece, anche se molto molto ben interpretato da Leonardo DiCaprio nel ruolo del capo dell’Fbi John Edgar Hoover, non farà gridare nessuno al capolavoro. Cupo, claustrofobico e pieno di chiaroscuri necessari a tratteggiare il controverso profilo dell’uomo a lungo più temuto d’America, J. Edgar è una biografia che si sofferma troppo sulle indagini per il rapimento di Baby Lindbergh e che indugia sul rapporto omosessuale tra il protagonista e il suo segretario Clyde Tolson. Un film meno asciutto dei migliori di Eastwood (Million Dollar Baby, Lettere da Iwo Jima, Gran Torino). Ma altrettanto tosto nella descrizione del cuore nero dell’America. Hoover rivoluziona le tecniche investigative, trasforma il bureau dell’Fbi, raccoglie e usa come arma di ricatto un archivio sterminato sui potenti, presidenti compresi, e introduce le intercettazioni. Ma Eastwood lo narra come un poliziotto carrierista e ossessionato dalla sicurezza degli Stati Uniti minacciata da bolscevichi, radicali, gangster e Pantere nere. E lo narra soprattutto come una persona scissa: inflessibile e ambigua nella lotta ai nemici d'America, labile e balbuziente nel privato, quando è davanti alla mamma o sfiorato dalle donne. Come in Changeling, dove una madre (Angelina Jolie) era costretta dall’ottusità degli investigatori a indagare da sola sulla sparizione del figlio, anche qui, tra inefficienze e spietatezze, quella polizia che l’ispettore Callaghan in qualche modo difendeva esce a pezzi.
Così l’ex sindaco conservatore di Carmel (California) prosegue nell’opera di demolizione dei totem della destra repubblicana. Ma quello di Eastwood non è controcorrentismo programmatico o l’applicazione di una formula politico-cinematografica. È il suo modo di essere. «Ho la febbre del nuovo», ha confidato di recente, «Mi divorerà fino alla fine la voglia di continuare a imparare, com’è stato per John Huston, che ha girato il suo ultimo, meraviglioso film, The Dead, su una sedia a rotelle e con la bombola d’ossigeno». Probabilmente noi italiani, condizionati dalla trilogia del dollaro di Sergio Leone, continuiamo a vederlo sempre nei panni di quel pistolero taciturno e flemmatico che «arrivava da chissà dove», ma gli bastavano tre proiettili e due parole per rimettere le cose a posto. Altrettanto scorbutico e misantropo è Walt Kovalski, l’ultimo personaggio interpretato da Eastwood in Gran Torino. Kovalski è un reduce della guerra di Corea, vedovo e xenofobo. Ma di fronte alle ingiustizie subite dai vicini di casa asiatici, il suo razzismo declina e si trasforma in complicità. Ale velate accuse di buonismo rivoltegli in patria, Eastwood ha replicato: «Gran Torino è un film su che cosa insegnare ai giovani. E il protagonista doveva essere sia vecchio che chiuso. Per poi aprirsi. Il punto centrale della storia è che si apprende a ogni età». Coraggio, stupiscici ancora, vecchio Clint.