Clint: il mio film senza eroi contro la guerra

Accolta con entusiasmo la pellicola di Eastwood che racconta una battaglia dalla parte dei giapponesi

da Berlino

Due metri circa di storia del cinema camminavano con la tipica falcata di Clint Eastwood quando ieri, al Festival di Berlino, è venuto a presentare - fuori concorso - Lettere da Iwo Jima, che negli Stati Uniti l'ha fatto definire «il propagandista giapponese più pericoloso dopo Rose of Tokyo», la nippo-americana che fra 1941 e 1945 chiedeva la resa agli statunitensi dai microfoni di Radio Tokyo.
Gli italiani hanno voluto dimenticare l'alleanza coi giapponesi; i tedeschi non hanno potuto fare lo stesso. Ma anche chi, più che di storia, si occupa di storia del cinema aveva motivo di notare ieri quest'evento: Lettere non è solo il primo film di produzione hollywoodiana girato quasi integralmente in giapponese; è anche il primo film hollywoodiano a mostrare, dalla loro parte, la guerra dei giapponesi nella battaglia che costò più perdite americane.
Si va quindi ben oltre L'impero del sole di Steven Spielberg, che non a caso di Lettere è - con Eastwood - il produttore. Solo due del loro calibro potevano mostrare che gli americani non facevano prigionieri (era già accaduto del resto durante l'invasione della Sicilia). E solo loro potevano mostrare che i giapponesi - «musi gialli» per molti film hollywoodiani - erano persone né più né meno dei wasp, degli ebrei e dei cattolici ai quali contendevano l'egemonia nel Pacifico. Il resto del merito è di Paul Haggis (regista di Crash), che con Iris Yamashita ha sceneggiato il film, tratto dalla raccolta di disegni e lettere di Tadamichi Kuribayashi, comandante in capo giapponese a Iwo Jima. Ne è uscito un film - dove giganteggia Ken Watanabe - che rasenta il capolavoro più del precedente e connesso Flags of our Fathers; che smonta tanta propaganda razzista; che restituisce l'onore a chi, in spirito, riposa nel tempio scintoista di Yasukuni. Mutatis mutandis, non era certo riuscito a tanto Sam Peckinpah con i tedeschi, quando aveva girato, coi soldi delle loro banche, La croce di ferro.
Signor Eastwood, lei è stato militare per il suo Paese. Come attore e regista, da sinistra era accusato d'essere iperamericano; ora, da destra, le danno del traditore...
«Si è sempre traditori per qualcuno, soprattutto se - come ho fatto io - ci si mette nei panni di un altro. Ma chi ha scritto certe idiozie l'ha fatto senza nemmeno aver visto il film».
Dall'Ispettore Callaghan e Gunny come si arriva a Lettere?
«Leggendo libri: in questo caso mi avevano colpito le lettere del generale Kuribayashi».
Allora mi dica come sceglie i libri.
«Per affinità con l’opera ancor più che con l’autore. Un colpo di fulmine».
Sceglieva i film con questo criterio anche da attore?
«Quando si recita, non capita spesso di approfondire. Ma, da regista, l'argomento che si vuol raccontare va conosciuto».
Un libro era all'origine anche di Flags of our Fathers.
«Sì, i ricordi di Bradley, un eroe con la più alta decorazione della Marina, che era diventato tale - come sempre accade - quando meno se l'aspettava. Di solito, in certi momenti, la paura paralizza».
Sia Flags, sia Lettere sono fotografati riducendo al minimo i colori.
«Ho scelto una tecnica che desatura i colori per dar maggior profondità di campo, ma anche perché sono cresciuto col cinema in bianco e nero».
Più la scena è drammatica, minore il contrasto. E viceversa.
«Sì. È un modo per rendere la durezza della guerra, per ricordare che, oltre al dolore di chi è ferito o ucciso, c'è quello di chi perde il marito o il figlio».
Come si definirebbe?
«Posso solo dirle come non vorrei essere definito: un manicheo».