Clint torna attore e fa il razzista pentito

Fa bene, ogni tanto, rimangiarsi le promesse. Clint Eastwood aveva assicurato: non farò mai più attore dopo Million Dollar Baby, solo film da regista. Evidentemente il copione di Gran Torino gli ha fatto cambiare idea. Non pensate a un film sul calcio, Gran Torino è il nome di un mitico modello Ford in voga nei primi anni Settanta, la stessa auto sulla quale scorrazzavano Starsky & Hutch. Il simbolo di una bellezza tecnica squisitamente americana, fatta di potenza ed eleganza, quando l’industria automobilistica «tirava» e non servivano 15 miliardi di dollari di aiuti di Stato per salvarla.
Esce domani negli Usa in pochissime copie, in modo da poter gareggiare agli Oscar (il lancio vero è rinviato al 9 gennaio), questo strano, crepuscolare, quasi minimalista, film di e con Clint Eastwood. A 78 anni, l’ex pistolero dagli occhi di ghiaccio non smette di sorprendere. Lavora con la vitalità di un giovanotto, sfornando una regia dietro l’altra (è ancora in giro Changeling). E tutte di qualità. Il debutto italiano è per il 27 febbraio, ma il Giornale ha potuto vedere il film in anteprima. E bisogna riconoscere che Eastwood migliora con l'età. Stavolta affronta di petto il tema dell’immigrazione, pregiudizi compresi, alla faccia di chi - sempre meno - lo considera un reazionario, un fascista, per via dell’ispettore Callaghan (che poi era Callahan). Non che Eastwood sia diventato democratico, resta repubblicano, ma con la libertà artistica e la sensibilità sociale che è impossibile non riconoscergli. Tanto da far scrivere all’autorevole critico di Variety Todd McCarthy: «In modo completamente inconsapevole Eastwood ha realizzato il primo film dell’era Obama».
Siamo a Detroit, capitale dell’auto, in un quartiere periferico fatto di villette disastrate, perlopiù abitate da immigrati vietnamiti. Lì sopravvive isolato Walt Kowalski, ex reduce della guerra di Corea, per cinquant’anni operaio alla Ford. Ha appena perso la moglie, con figli e nipoti non si prende, solo la cagnolina Daisy sembra addolcire il suo mugugno, insieme alla smaltata «Gran Torino» che custodisce in garage. È un dinosauro incattivito e razzista, ringhia ai vicini di casa che considera «musi gialli» da tenere alla larga, coprendoli di insulti. Politicamente scorrettissimo, quasi pesterebbe il giovane prete cattolico che lo vuole in confessionale. Può cambiare un tipaccio così? Per Eastwood sì. Sta qui la forza non convenzionale, «buonista», del film: nel raccontare come l’aspro Kowalski lentamente entra in contatto con gli odiati vicini di casa tramite due adolescenti, l’introverso Thao e l’ineffabile sorella Sue. Il ragazzo, spinto dal cugino malavitoso, ha provato goffamente a rubargli l’amata sportiva; per poco Walt non gli spara col Garand sempre oliato e ora Thao, per punizione, viene messo al suo servizio per i lavori domestici. È l’inizio di un rapporto che fa bene a entrambi: al vecchio misantropo che scopre una strana solidarietà, al giovane asiatico che impara a stare al mondo. Un classico? Certo, ma non proprio prevedibile, specie nel finale quando, in un crescendo di segnali minacciosi, tutto lascia prevedere che Clint tornerà un po’ Callaghan. Invece...
Nelle interviste l’attore-regista spiega di aver voluto raccontare «solo una storia interessante», capace di combinare intrattenimento ed emozioni. «Mi piace l’idea che non sia mai troppo tardi per imparare, per ricevere una sorta di illuminazione». E ancora: «Non riuscire a rapportarsi con i propri figli e nipoti è spesso un limite della mia generazione, cresciuta negli anni Quaranta e Cinquanta». Si vede che Eastwood ha messo qualcosa di sé nel film. Non che somigli a Kowalski, ma nel modo di ritrarlo, perfino nella pudica cerimonia degli addii, l’attore sembra voler chiudere il cerchio con quieta saggezza. Sparare non serve, meglio un dito puntato che la 44 Magnum.