«La Clinton ha un problema: con la verità»

nostro inviato a Perugia

Il ciuffo è quello di una volta, solo che ora è bianco. Anche l'appetito è quello di una volta: a pranzo, in un ristorante umbro, Carl Bernstein fa fuori un piatto di tortelli, la faraona e un dessert. Niente male per un mito del giornalismo che ha da poco festeggiato i 64 anni. In questi giorni è a Perugia, ospite del Festival internazionale di giornalismo, ed è ammirato, invidiato, ambito dai colleghi com'è inevitabile per colui che, assieme a Bob Woodward, nel 1972 firmò l'inchiesta sul Watergate che portò alle dimissioni dell'allora presidente Nixon. Oggi non fa più il cronista, ma scrive libri d'inchiesta, l'ultimo su Hillary Clinton. Respinge numerose richieste d'intervista, ma si concede al Giornale, tra una portata e l'altra.
Carl Bernstein, qual è il principale handicap dell'ex first lady nella corsa alla Casa Bianca?
«La Clinton ha un problema: con la verità. Passa la vita a nascondere a se stessa (e agli altri) fatti riguardanti il proprio passato, la propria indole, le proprie idee. Hillary non è in pace con Hillary».
Si riferisce allo scandalo Lewinsky?
«Risale a molto prima. Lei stessa ora si descrive come una che ha la testa conservatrice ma il cuore progressista. Ed è vero: crede profondamente nella famiglia e nella religione, ma al contempo sente di dover aiutare le minoranze, i poveri, crede nei diritti civili. Era repubblicana, è diventata femminista. Da giovane bocciò l'esame da avvocato, ma ci sono voluti trent'anni perché lo ammettesse. Idem riguardo Bill. Sin da ragazza sapeva che suo marito era un donnaiolo, ma se n'è fatta carico, fino allo scandalo Lewinsky».
Ha mentito riguardo il suo viaggio in Bosnia: non è vero che allora rischiò la vita sotto il tiro dei cecchini...
«Anche questo riflette la sua psicologia. Non penso fosse in malafede, ma tende a rielaborare la realtà in base ai propri desideri, aggiungendo dettagli immaginari».
Ma può essere un buon Presidente?
«Certo, perché ha comunque molte doti: è intelligente, tenace, preparata. Però non mi chieda se otterrà la nomination: sono un giornalista, non un indovino».
Ma Obama brilla più di lei, perché?
«Barack è giovane e carismatico e molti americani sono convinti che interpreti meglio il desiderio di cambiamento, che si respira oggi in America. Inoltre Hillary ha commesso un errore strategico».
Quale?
«All'inizio ha proposto il tema del cambiamento generazionale, come fece suo marito nel 1992, ma nel frattempo sono passati 15 anni e in un certo senso i Clinton hanno fatto autogol: se scendi su questo terreno contro un quarantenne perdi. Infatti, poi ha corretto rotta puntando sull'esperienza e sull'affidabilità».
Ma Bill è una risorsa per Hillary?
«Sebbene l'ex presidente sia ancora molto popolare, il suo appassionato impegno a sostegno della moglie non la favorisce. Appassionato e spesso inopportuno: i suoi attacchi a Obama si sono rivelati disastrosi, un boomerang. Inoltre la prospettiva che l'ex inquilino torni alla Casa Bianca come consorte non piace a molti americani, che interpretano l'eventuale vittoria di Hillary come una restaurazione dei Clinton, foriera, tra l'altro, di nuovi psicodrammi».
È vero che la Clinton non fa prigionieri?
«Sì, con i suoi avversari può essere spietata e lo abbiamo visto in questa campagna. I suoi attacchi a Obama sono stati durissimi, alcuni palesemente scorretti, ma hanno finito per ritorcersi contro di lei. Il Paese non ne può più di una politica dura, infamante. In questo momento l'America vuole avere speranza, vuole rinascere e per questo predilige i candidati che promettono di soddisfare queste aspettative. Il messaggio positivo è vincente e questo non è certo un male».
Il sì alla guerra in Irak danneggerà Hillary?
«Non quanto vorrebbe Obama. Anzi, direi che questo tema non inciderà più, perlomeno nelle primarie. L'America in queste ore non pensa a Bagdad».
Invece pensa all'economia, il tema decisivo della campagna. Chi è più adatto a risolvere i problemi dell'America, Hillary o Barack?
«La Clinton è più preparata, ma non può proporre un semplice ritorno al passato, perché i problemi di oggi sono molto diversi rispetto agli anni Novanta. Se paragono i programmi dei due candidati non vedo grandi differenze; propongono entrambi soluzioni moderate ed è quel che conta, l'America deve lasciarsi alle spalle i disastri dell'era Bush».
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