La Clinton: «Il regime dei Castro è finito»

di Livio Caputo
Per una volta, la posizione del governo è stata condivisa sia da buona parte dell'opposizione, sia dall'opinione pubblica, sia dai media indipendenti. Un sondaggio on-line del Corriere della Sera ha prodotto un 67,8% di sì al boicottaggio e in un primo tempo lo stesso giornale ha manifestato il suo consenso con due articoli di Angelo Panebianco e Paolo Lepri. Ma, evidentemente, un così alto tasso di approvazione per una iniziativa del governo Berlusconi non era compatibile - anche ora che il suo inventore, Paolo Mieli, ne ha lasciato la direzione - con il famoso cerchiobottismo del quotidiano di via Solferino. Ecco perciò, sul giornale di ieri, spuntare un articolo di Sergio Romano che sostiene l'esatto contrario (tesi peraltro comune anche a molti quotidiani della sinistra). Titolo: «A Ginevra dovevamo partecipare e batterci». Frase chiave «Questa (il boicottaggio, ndr) non è diplomazia: è una forma di presuntuosa arroganza».
Qualcuno osserverà che da noi c'è libertà di opinione, e che Sergio Romano, come ex ambasciatore, può essere più qualificato di altri a pronunciarsi su questa materia. Ma quando, per sostenere le sue tesi, arriva a mettere sostanzialmente sullo stesso piano gli eccessi di alcuni militari perversi nel carcere di Abu Ghraib o le forme non certo letali di tortura praticate dalla Cia per estrarre dai terroristi informazioni vitali alla nostra sicurezza agli eccidi e i crimini commessi da alcuni Paesi registi della conferenza - dal Sudan all'Iran - la sua credibilità diminuisce. E quando, a conclusione del suo ragionamento scrive che «Avremmo dovuto andare a Ginevra per affermare le nostre verità, rintuzzare le faziose parole di Ahmadinejad, separare i faziosi dai ragionevoli, comprendere le ragioni degli altri, lasciare agli atti della Conferenza programmi e concetti su cui avremmo potuto fare riferimento in altri momenti e circostanze», induce a pensare che viva sulla luna. Dall'alto della sua esperienza, crede davvero che l'Italia sarebbe riuscita dove non è riuscito nessun altro, cioè a imprimere una svolta liberale a una conferenza di cui, anche dopo le correzioni apportate al documento finale, l'esito era già scontato? Pensa seriamente che un bel discorso del nostro ambasciatore avrebbe lasciato qualche traccia? È proprio convinto che nelle ragioni dei Paesi oltranzisti che hanno dato il tono alla conferenza ci sia qualcosa da comprendere? Meglio, molto meglio, essere rimasti a casa, e battersi semmai perché questo di Ginevra sia l'ultimo di questi inutili simposi.