Clinton a sorpresa a Beirut: «Gli Usa non vi tradiranno»

Immaginate una nazione dove il voto consegni l’ esercito a una milizia che l’Onu voleva disarmare. Immaginate un paese dove gli aiuti militari di Washington passino nelle mani dei migliori amici di Teheran. Immaginatevi un territorio dove i militari incaricati di collaborare con i caschi blu, 2.400 dei quali italiani, per impedire il riarmo di una milizia, cadano sotto il controllo di quella stessa milizia. Immaginate, insomma, il Libano che verrà, il Libano dopo la prevista vittoria di Hezbollah alle elezioni di giugno. Solo così capirete perché, ieri, il segretario di Stato Hillary Clinton sia corso di tutta fretta a Beirut. La visita, improvvisa e inaspettata, è strettamente legata alle previsioni da brivido che danno per certo il trionfo di Hezbollah alle elezioni. Come dire un disastro annunciato, l’ennesima sconfitta su quel fronte mediorientale dove il Libano sembrava uno dei pochi paesi incamminati sulla strada della democrazia indicata da George W. Bush .
Certo, Hillary non può presentarsi ai libanesi come l’aruspice di prossime sventure e si guarda bene dall’accennarvi, ma toni e riferimenti sono chiari. «Non sono certo qui per fare previsioni sui risultati delle vostre elezioni - si giustifica il segretario di Stato - ma speriamo siano libere da interferenze o intimidazioni esterne e speriamo in risultati in grado di garantire un indirizzo moderato di cui beneficerete tutti». In quell’auspicio si celano gli incubi di Washington, le paure di chi dà per scontata la sconfitta dei sunniti moderati di Saad Hariri, dei drusi di Walid Jumblatt, dei cristiani maroniti antisiriani e di tutti i gruppi moderati legati al governo filo occidentale del premier Fouad Siniora.
«Se Hezbollah vince - ammette un funzionario del Dipartimento di Stato arrivato con Hillary - dovremo considerare la composizione del governo e decidere cosa fare in Libano». Come dire che la sconfitta degli alleati non è un’eventualità, ma una certezza ed è quindi meglio correre ai ripari. La Clinton rassicura comunque i libanesi: «Qualsiasi accordo con la Siria non tradirà gli interessi del Libano». Oltre a intese con Damasco, Washington valuta la possibilità di rapporti più o meno indiretti con quel Partito di Dio inserito dal Dipartimento di Stato nelle liste delle organizzazioni terroristiche. «L’ambasciatore di un importante Paese europeo ci ha assicurato che gli Stati Uniti intratterranno rapporti con qualsiasi governo», dichiara intanto il numero due di Hezbollah Naim Qassem.
Washington, al di là delle politiche contingenti, deve però a far i conti con un Libano governato da Hezbollah e trasformato di fatto in un governatorato di Teheran. Le conseguenze non sono di poco conto. Per capirlo basta pensare ai 309 milioni di euro in aiuti militari sotto forma di addestramento, elicotteri, artiglieria e blindati forniti all’esercito libanese dal 2006 in poi e pronti dopo giugno a venir incamerati nei già ricchi arsenali di Hezbollah. La situazione più imbarazzante e potenzialmente pericolosa è quella dei caschi blu, tra cui 2.400 italiani, schierati nel sud per prevenire il riarmo di Hezbollah. L’esercito libanese rischia, a giugno, di diventare una propaggine di quello stesso Partito di Dio che dovrebbe, invece, tenere sotto controllo lavorando con i nostri soldati e gli altri contingenti Unifil. E in caso di nuovo conflitto con lo Stato ebraico diventerà un legittimo obiettivo d’Israele trasformando i soldati italiani nel classico vaso di coccio tra vasi d’acciaio.