«Clochard» straniero arso vivo nel suo rifugio

Giacomo Legame

Un clochard, probabilmente di nazionalià straniera, è morto ieri notte arso vivo in seguito all’incendio divampato nel suo rifugio, un ex gabbiotto-biglietteria dell’Atac in disuso che utilizzava spesso per passare la notte al riparo.
È accaduto poco dopo le 3 in piazzale Maresciallo Giardino, nei pressi di piazzale Clodio, poco distante dal luogo dove, sempre nella notte, era avvenuto l’incidente che aveva causato la morte di dodici cittadini turchi.
Secondo quanto si è appreso da una prima ricostruzione fatta dai carabinieri e dai vigili del fuoco intervenuti sul posto, l’incendio è divampato a causa di una stufa elettrica che l’uomo utilizzava per riscaldarsi. L’uomo si era allacciato abusivamente a un contatore delle rete elettrica pubblica. Ed è molto probabile che il cortocircuito sia partito grazie ad un falso contatto dei numerosi fili scoperti dando successivamente vita alle fiamme propagatesi in meno di un minuto. Questa mattina verrà comunque effettuata l’autopsia sul corpo, reso irriconoscibile dalle fiamme.
Una morte per freddo, l’ennesima di un clochard nella capitale, che ha scatenato molte polemiche tra le forze politiche. Per il candidato sindaco di Alleanza nazionale, Gianni Alermanno: «Anche se molto probabilmente la morte del barbone deriva da un incidente, rimane davvero sconcertante che a Roma nel 2006 si possa ancora perdere la vita in questo modo».
«Gente che vive in tuguri, costruiti in aree del demanio comunale - ha aggiunto il ministro Alemanno - sono una “assurda normalità” che viene tollerata solamente per mancanza di soluzioni alternative». «Tutto questo - ha proseguito Alemanno - testimonia che, quanto fatto dal Comune di Roma per fronteggiare le forme estreme di emarginazione non è assolutamente sufficiente. Soprattutto poi non è accettabile che molte associazioni non profit e religiose non vengano adeguatamente aiutate ad aumentare i posti letto disponibili per le emergenze sociali». «Credo infine - conclude Alemanno - che un monitoraggio molto più stringente dovrebbe impedire che luoghi di proprietà pubblica divengano inaccettabili tane in cui rifugiarsi e quindi “bare” per morti drammatiche come questa».