Cloni di Grillo, anti-voto e i «poeti d’azione» È già guerra dei simboli

Viminale preso d’assalto da un esercito di aspiranti premier. An e Prc depositano il logo per evitare plagi

da Roma

Sono spuntati quattro Grilli. «Ma neanche uno è quello giusto». Tre Alleanze Lombarde, un «Io non voto», Sud e Sicilia in tutte le salse, il Sacro Romano Impero, due liste femministe, il partito «recupero del maltolto-Tfr libero, yankees go home please»: «Il 60 per cento sono folklore o sono patacche». Alle sei e mezzo di ieri al ministero dell’Interno erano stati depositati settantadue simboli, tre bacheche, guardate e commentate quasi come opere d’arte, e i corridoi erano ancora pieni di aspiranti premier sconosciuti che stringevano al petto le cartelline con i loro programmi elettorali. Chi l’ha detto che sono soltanto otto i candidati presidenti del consiglio. Vuole guidare il Paese per esempio Alessandro d’Agostini, del Movimento Giovani Poeti d’azione, e anche Mariangelo Foggiato progetto Nord-Est. Alcuni si sono messi in fila da giorni: perché poi? «Per bloccare i simboli degli altri», spiegava Fabrizio Comencini, della Liga Veneta. C’è tutta una battaglia dei simboli dietro le elezioni politiche, scaramucce di disegni, sgambetti sotterranei tra Viminale e Cassazione per entrare nel grande «libro dei simboli», un po’ come il libro dei sogni, il luogo dove s’immagina, almeno per un giorno, di diventare davvero il presidente del consiglio.
Alla Corrida degli aspiranti simboli e sognanti premier i grandi partiti hanno mandato a far la coda gli uomini di fatica, i piccoli si sono attrezzati come potevano. E così, per esempio, Marco Ferrando, leader del Partito Comunista dei Lavoratori, si riposava a metà pomeriggio su una panchina fuori dal ministero nell’attesa del turno, Giuliano Ferrara con il suo simbolo «Moratoria sull’aborto» si è presentato a piazza del Viminale allo spuntare del sole.
Pdl e Pd ieri erano già in bacheca, con Lega e Sinistra arcobaleno. Per il centro non c’erano Udc e Rosa Bianca, ma in compenso erano state appese due Democrazie Cristiane: scudo crociato con scritta «libertas» per Giuseppe Pizza (che correrà al senato con il Pdl), disegno identico, ma a sfondo bianco, per Angelo Sandri. Molti dei grandi partiti hanno depositato comunque la loro identità nonostante abbiano formalmente rinunciato al nome: per difendersi dagli attacchi dei «ladri di simboli». E così hanno fatto An, hanno fatto Rifondazione e tutti i partiti della Sinistra Arcobaleno. Ha depositato il suo simbolo dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro. Fino a ieri non c’era lo stemma dei radicali.
C’è tempo per i partiti fino a domani alle quattro per inserirsi nel guazzabuglio delle bacheche del Viminale. Intanto si può giocare a capire che eccezionale programma politico può avere la lista «100%», quale è la parola in codice del «Nucleo tremmista nazionale», l’enigma del «veltro» (non Veltroni ) «nuova Alba», le aspirazioni di Mirella Cece con i suoi tre ritratti e la nostalgia di Carlo Magno, il fenomeno della quadruplicazione dei Grilli. Dietro a questo «logo» di gran moda ci sono il movimento «per la rinascita della montagna», lettori di Collodi. Una lista si chiama del grillo (scritto enorme) parlante: «Voce critica ma veritiera - spiegava l’imprenditore torinese Renzo Rabellino - del malcontento». Ma con Beppe Grillo, poco a che fare.
Il «tremmista» è Battista Mazzetta, abruzzese, in corsa per una nuova pulizia, «interiore ed esteriore»: il disegno del simbolo è «un messaggio subliminale che si richiama a una parola universale», irrivelabile. Solo otto persone al mondo la conoscono: «Neppure mia moglie la sa».