Clooney: "Anche Hollywood è una corporation che sbaglia"

In "Michael Clayton", eco-legal-thriller di Tom Gilroy, l’attore è un ambiguo avvocato: "Anch’io recito in film come “Ocean’s” per poter fare quelli di contenuto come questo"

Venezia - Il perentorio slogan originale - «La verità si aggiusta» - in Italia sarà sfumato così: «Costruire la verità è il suo lavoro». Quello di Michael Clayton, avvocato del film omonimo (uscita, 5 ottobre) scritto e diretto da Tony Gilroy, prodotto e interpretato da George Clooney. Ieri era in concorso alla Mostra di Venezia. Si tratta di un Erin Brockovich al maschile. Clayton affronta altri legali, ligi a una multinazionale di prodotti chimici, inquinatrice e causa di malattie mortali, quando un amico (Tom Wilkinson) è ucciso su ordine d'un'altra collega (Tilda Swinton). È il genere legal-deontol-ecologico, caro ma non carissimo al pubblico.
Signor Clooney, Steven Soderbergh è coproduttore. Con lui, lei gira film diversissimi...
«Film come Ocean's servono da carta di credito per girare film come Michael Clayton o come Good Night, and Good Luck».

Michael Clayton è un buon avvocato, ma non uno di successo. Eppure pare aver accettato i necessari compromessi.
«Gli piaceva giocare, ha sbagliato matrimonio, ha tentato invano di reinventarsi ristoratore. Sognava di affermarsi applicando la legge, è finito fra chi, con la legge, elude la giustizia».

Assomiglia a Philipp Marlowe e, come lui, si fa investigatore...
«Persona in crisi, dalla crisi ottiene la forza per rischiare come non ha fatto prima. È una persona normale, non un supereroe».

Questo film è nato dal sodalizio con Steven Soderbergh. Ma la vostra società si è sciolta.
«Perché aveva adempiuto i suoi compiti. Né io, né Steven vogliamo diventare una multinazionale e occuparci a vita di denaro anziché di film».

Senza denaro nessun film contro il denaro!
«Mi risparmi: mi è stata appena rimproverata la pubblicità per un prodotto Nestlé! Ma devo pur guadagnarmi la vita!».

I condizionamenti la frustrano?
«Le posizioni politiche degli Stati Uniti non mi soddisfano».

Hollywood è l'anti Washington. E a Hollywood lei conta.
«Ma Hollywood ha anche preparato l'entrata in guerra del 1941; ha taciuto per mezzo secolo l'internamento dei nippo-americani; ha alimentato la Guerra fredda; ci ha abituato a fumare...».

Però è stata contro la guerra in Vietnam. E poi, quasi da sola, contro l'invasione dell'Irak.
«Ora il 70 per cento degli americani è contro, ma quando giravo Good Night, and Good Luck e Syriana, mi si dava del traditore».

Perché il dissenso per l'Irak è stato meno immediato che quello per il Vietnam?
«Per varie ragioni. Una è che la leva obbligatoria non c'è più: in Irak vanno a morire solo i poveri».

Michael Clayton avrebbe difeso Saddam Hussein?
«L'avrei rispettato per questo. Io non ne sarei stato capace».

In un film Robert Redford dice: «Il sogno americano: vince chi muore più ricco».
«Capitalismo e democrazia vengono in effetti confusi e non solo negli Stati Uniti».

Anche Hollywood è delle multinazionali, ma i magnati di prima non erano mammole.
«Ma facevano solo cinema. E il cinema arricchisce quando rispecchia il popolo».

Con Spiderman che cosa è diverso?
«Non è Spiderman il problema. E non lo era Lo squalo. Infatti allora le stesse majors giravano anche I tre giorni del condor di Pollack e Tutti gli uomini del presidente di Pakula».

Pakula è morto, ma Pollack recita in Michael Clayton.
«Però la qualità di quei film oggi è ormai molto rara».

A proposito, suo prossimo film sarà...
«... Leatherheads («Teste di cuoio») sul football professionistico negli anni Trenta. Lo scrivo, lo produco, lo dirigo e l'interpreto: così costa meno e dico quel che penso».