"Il club dei pentiti del Pdl? Il premier non ne fa parte"

L’ex An: "Il partito è solido, nessuno pensa davvero di tornare
indietro Berlusconi è solo stressato per tutte le richieste di
candidature". E sulle polemiche interne: "In un partito del 40% non può esserci il pensiero unico. E i confronti sono sempre un vantaggio"

Roma - «È inevitabile che stenti a partire, è quasi fisiologico, ma non mi iscriverò mai al club dei pentiti». Altero Matteoli non nasconde le fibrillazioni interne al Pdl: «Non abbiamo mica messo insieme due cespugli! Non si può pensare che le difficoltà siano state tutte superate». Detto questo, il titolare alle Infrastrutture, che ha appena lanciato la sua Fondazione della libertà per il bene comune («non è una corrente», ma «uno strumento utile per confrontarsi e contribuire alla ricerca di un accordo politico sulle riforme»), assicura di essere «fiducioso» sul futuro del soggetto unico. E non solo perché la confluenza comune di Forza Italia e Alleanza nazionale, due anni fa, era la «soluzione giusta», l’unica percorribile, visto che «le loro formule-partito erano già superate e sarebbe stato inevitabile rifondarle».

Eppure, ministro, Silvio Berlusconi ne ha davvero piene le scatole dei giochi di potere sotterranei.
«Guardi, sabato scorso sono stato con il premier un’ora a quattr’occhi. E posso garantire che non ha mai pronunciato frasi del tipo “abbiamo sbagliato a fare il partito unico” o “mi sento accerchiato”».

Magari non l’ha detto a lei, ma...
«Non ci sono “ma”. Forse sarà un po’ preoccupato, ma non dimentichiamoci che di recente si è dovuto occupare anche della scelta dei candidati, il compito più difficile per qualsiasi dirigente. Mi creda, non si può accontentare tutti e qualcuno rimane sempre deluso. È capitato anche a me e chissà quante volte avrò detto “mamma mia, chi ce lo fa fare, azzeriamo tutto”. Mi sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda».

Solo malumori pre-elettorali?
«Sì, ed è piuttosto consueto che i potentati locali spingano e provino ad alzare la voce, finché non vengono depositate le liste. Ma poi, il giorno dopo, si viaggia compatti fino al voto».

Sicuro che non siate un po’ affetti dalla «sindrome Tafazzi», ovvero la tendenza autolesionistica che in passato ha colpito il centrosinistra?
«Ma no, no... E poi, rispetto a loro, abbiamo pure il vantaggio di un leader indiscusso. Nel Pd, invece, ne hanno cambiati tre in un anno: vuol dire che sono in crisi profonda».

Torniamo al Pdl. Archiviate le Regionali, vi dividerete di nuovo?
«Ma figuriamoci, non esiste nessun rischio rottura. Né da una parte, né dall’altra».

Proprio nulla? Neppure un cambio in vista in zona coordinamento?
«Ha già smentito tutto Berlusconi. E secondo me i tre coordinatori hanno svolto un lavoro difficilissimo e se la sono cavata bene: è stato davvero difficile avviare il percorso del Pdl».

Sarà, ma non è che tra il Cavaliere e il presidente della Camera sia proprio rose e fiori...
«Capiamoci bene. In un partito del 38-40% è inaccettabile immaginare l’esistenza di un pensiero unico. E penso che entrambi abbiano il diritto, quasi il dovere, di pensarla diversamente. È notoria e palese la loro differenza di vedute sul tema dell’immigrazione, ad esempio, ma se il problema è questo, credo sia semmai un vantaggio politico per il partito unico».

Intanto, Berlusconi ha lanciato i Promotori della libertà.
«Bisogna dargli atto di avere sempre azzeccato ogni iniziativa di tipo propagandistico. È avvenuto già con i gazebo e mi auguro la storia si ripeta».

Capitolo dolente: corruzione. Se non è una nuova Tangentopoli, si è aperta però una questione morale?
«Penso che la magistratura avrà la capacità di verificare se vi siano state deviazioni o no. Alcuni giudici svolgono processi in tv o sui giornali, mentre molti loro colleghi fanno il proprio dovere. Quindi, vedremo alla fine quale sarà il risultato. Io sono preoccupato di un’altra questione».

Quale?
«La divulgazione sulla stampa di intercettazioni che nulla hanno a che vedere con il procedimento in atto, con cui si tirano in ballo persone, anche nella titolazione dei quotidiani, solo perché menzionati da altri che parlano a volte per sentito dire».

Si riferisce al caso Di Girolamo e al nome di Fini citato in un colloquio?
«Anche, ma potrei parlare di altri mille esempi. Ad ogni modo, stamattina (ieri, ndr) ho chiamato Gianfranco, prima della sua smentita ufficiale. L’ho trovato tranquillissimo, ma non fa piacere a nessuno finire nel tritacarne».

Quindi condivide la battaglia di Berlusconi in materia?
«Assolutamente sì, la situazione è intollerabile e serve una stretta. Non vogliamo proibire le intercettazioni, ma la loro pubblicazione finché non siano state acclarate le responsabilità della persona coinvolta».

A proposito di Di Girolamo. Fini voterebbe sì alla richiesta d’arresto, se fosse a Palazzo Madama. Lei, da senatore, come si regolerà?
«Prima di tutto leggerò le carte, tutti i documenti a nostra disposizione. E dopo deciderò cosa fare».