Il Club di Polo va a pezzi, ippoterapia a rischio

«Là dove c’era l’erba ora c’è una città», cantava Adriano Celentano a proposito della via Gluck e della cementificazione della periferia milanese, «Là dove c’era un maneggio ora c’è solo l’erbaccia», potremmo parafrasare a proposito di uno degli edifici storici del Parco di Monza: il Polo Club.
Dove sino a solo un paio d’anni fa sorgeva un meraviglioso centro ippico immerso nel verde del parco recintato più grande d’Europa, ora regna solo sporcizia e degrado. Un complesso di grande pregio e valore storico che ospitava nelle sue scuderie ottocentesche un universo eterogeneo di cavalli, amazzoni e cavalieri e, nella club house, festosi ricevimenti, oggi è in stato di totale abbandono. Era un club dedito anche a iniziative di solidarietà, aperto a tutti, che il sabato e la domenica veniva frequentato da numerose famiglie e che ora è popolato solo da erbacce: muri e tetti pericolanti, pile di cancerogene tegole d’amianto abbandonate per terra, cataste di ferraglie arrugginite, materiali di discarica, spazzatura e sporcizia di tutti i generi, costituiscono lo scenario che si presenta a chiunque attraversi il cancello dell’ex Polo Club di Monza.
Qui ancora oggi l’Associazione Italiana Assistenza Spastici di Monza fornisce le sue terapie con animali a persone disabili di ogni età e soprattutto ai bambini. Le terapiste però non se la sentono più di operare in queste condizioni ed entro un paio di mesi saranno costrette ad andarsene. Da molti mesi bimbi con problemi psico-motori, tra i 5 e i 10 anni, fruiscono della pet-therapy in uno dei box non riscaldati della scuderia dal cui soffitto pendono ragnatele, i servizi sono assenti e l’igiene lascia molto a desiderare. Possibile che in tutti i 700 ettari di parco non vi sia una stanza decente da adibire a questa attività?
L’ippoterapia, invece, è rivolta ai ragazzi disabili e viene praticata in un maneggio scoperto, abbandonato, col fondo che in inverno si ghiaccia. Tutto intorno i rami sovrastanti e pencolanti di grandi alberi mai potati rischiano di piombare a terra al primo vento. Una situazione pericolosa sia per i pazienti che per i cavalli, concessi in uso gratuito da generosi proprietari. Il pericolo è poi aggravato dal continuo passaggio di mezzi agricoli che vanno e vengono laddove prima non potevano assolutamente transitare e che rischiano di spaventare gli animali e far cadere i pazienti. Possibile che questi giovani con difficoltà psico-motorie non possano passeggiare con i loro terapeuti a quattro zampe in un’area più sicura?
A proposito di handicap, nell’attesa di approfondire il perché di questa situazione poco edificante, ci domandiamo se tutto ciò derivi da un problema di mutismo dell’Aias che non ha chiesto o di sordità della Sopraintendenza che non ha ascoltato.
Forse tra qualche settimana questi straordinari cavalieri non popoleranno più il Parco. Nessuno potrà più rendersi conto di quanto la sensibilità dei cavalli sia molto spesso assai superiore rispetto a quella umana. Peccato disperdere un tale patrimonio. Ma a proposito di patrimoni, ci sorgono un altro paio di domande: che ne sarà di queste superbe scuderie? Saranno trascurate sino al punto in cui i lavori di ripristino lieviteranno oltre il concepibile? Speriamo di no. Certo, a vedere lo stato di rovina in cui versano da decenni altri immobili ben più preziosi del Polo Club, tra cui Villa Mirabellino, edificata nel 1776 (un anno prima di Villa Reale) dall’architetto Giulio Galliori, non c’è da essere ottimisti.