Il Cnl decise: il Duce va ammazzato

La versione ufficiale sulla fine di Benito Mussolini vuole che il dittatore fascista sia stato ucciso a colpi di mitra nel pomeriggio del 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra (Como) dal comandante partigiano Walter Audisio, nome di battaglia Colonnello Valerio, che sparò, insieme con altri due resistenti comunisti, in esecuzione dell’ordine ricevuto la notte precedente dal generale Raffaele Cadorna nella Milano appena liberata. Mussolini era stato catturato mentre cercava di raggiungere la Svizzera mimetizzato fra i soldati di un reparto tedesco che aveva negoziato con i partigiani la ritirata. Al di là degli fatti ancora non chiariti, dalla fine del cosiddetto oro di Dongo e dei documenti che Mussolini voleva portare con sé in Svizzera alle violenze alle quali sarebbero stati sottoposti Mussolini e Claretta Petacci prima di essere uccisi secondo un medico legale che assistette all’autopsia, l’uccisione di Mussolini fu decisa da un ristretto gruppo di capi del Cnlai, il Comitato di liberazione dell’Alta Italia, in aperto contrasto con l’armistizio firmato sulla corazzata britannica Nelson nella acque di Malta il 29 settembre del 1943 dal capo del governo italiano Pietro Badoglio e il generale Dwight Eisenhower. L’articolo 29 dell’accordo, infatti, prevedeva che «Mussolini, i suoi associati fascisti e le persone sospettate di aver commesso delitti di guerra o reati analoghi (...) saranno arrestati e consegnati alle Forze delle Nazioni unite». E la clausola, contenuta nel cosiddetto armistizio lungo che integrava e specificava le clausole della resa senza condizioni che era stata firmata il 3 settembre a Cassibile, era ben conosciuta dai vertici del Comitato di liberazione nazionale e della sua emanazione dell’Alta Italia. È anche vero, però, che gli inglesi, preoccupati dalle sue possibili rivelazioni, volevano Mussolini morto quanto i capi partigiani.