Dalla coalizione «eccezionale» al primo trionfo democristiano

di Giordano Bruno Guerri

Il 2 giugno 1946 gli italiani decidono di passare dalla monarchia alla repubblica e neanche un mese dopo il Parlamento elegge, con Enrico De Nicola, il primo presidente. Nello stesso mese il democristiano Alcide De Gasperi forma il suo secondo governo con socialisti e comunisti più i repubblicani e un liberale. È una coalizione da tempi eccezionali, e la partita politica fra sinistre e democristiani verrà decisa solo con le elezioni del 18 aprile 1948. Il vero problema è passare dal fascismo alla democrazia, dalle distruzioni della guerra alla ricostruzione.
L'Assemblea costituente vara la nuova Costituzione, che entra in vigore il 1° gennaio 1948, caratterizzata dal preciso intento di impedire che qualcuno, persona o istituzione, prenda troppo potere: lodevole intenzione dall'infausta conseguenza - che dura tutt'oggi - di impedire a chiunque di governare in piena autonomia. Chiudere i conti con il fascismo era spettato al capo comunista Palmiro Togliatti, ministro della Giustizia, con l'amnistia decretata il 22 giugno 1946. In uno spirito di compromesso, si decise per una modesta epurazione nei gradi più bassi e mantenendo quasi sempre al loro posto i gradi più alti, come i prefetti e i questori. Del resto, in seguito agli accordi di Yalta fra Stalin, Roosevelt e Churchill del febbraio 1945, Togliatti aveva ricevuto da Stalin l'ordine di tentare di prendere il potere soltanto con i mezzi democratici, e il clima rivoluzionario era finito. Un grave problema era dare la terra ai contadini, secondo la riforma agraria del ministro comunista Fausto Gullo: ne venne assegnata una parte minima, rispetto al progetto. Durante la festa del Primo maggio 1947 a Portella della Ginestra, vicino a Palermo, dai monti venne aperto il fuoco con fucili e mitragliatrici: ci furono undici morti e sessantacinque feriti. A sparare era stata la banda di Salvatore Giuliano, il bandito che, si disse, era stato assoldato dalla mafia per dimostrare ai contadini che niente poteva cambiare. Il 13 maggio De Gasperi si dimise e De Nicola affidò l'incarico di formare il nuovo governo all'antifascista storico Francesco Saverio Nitti. Il vecchio liberale, però, fu poco disponibile agli accordi fumosi che già dominavano la politica italiana: l'incarico tornò a De Gasperi, che aprì lo scontro con le sinistre proponendo un governo «monocolore» democristiano e chiedendo i voti dei liberali. Il 31 maggio 1947 l'Assemblea Costituente votò a favore del nuovo gabinetto con 274 voti contro 231.
Nel nuovo governo c'erano alcuni liberali, chiamati come tecnici. Il più famoso era Luigi Einaudi, economista di fama mondiale: ribaltò la politica inflazionistica seguita dai governi di coalizione, che dal 1945 aveva fatto salire di cinquanta volte il costo della vita, ma la produzione diminuì ulteriormente e i disoccupati aumentarono fino a raggiungere la paurosa cifra di due milioni. Intanto ci si preparava alle decisive elezioni del 18 aprile 1948, per decidere se in Italia avrebbero dovuto governare i democristiani o i comunisti. Nel gennaio del 1947 De Gasperi era andato a Washington tornando con un magnifico regalo: cento milioni di dollari. Per di più, nel giugno dello stesso anno, gli Stati Uniti vararono il piano Marshall per aiutare i paesi usciti malconci dalla guerra e mantenerli nella propria orbita; sarebbe stato difficile per l'Italia godere di quei generosissimi aiuti se il Pci avesse vinto le elezioni. Vi si aggiunga che Pio XII, il Papa che nel 1949 avrebbe scomunicato i comunisti di tutto il mondo, impegnò la Chiesa come non mai per la vittoria dei democristiani. Il risultato elettorale superò le migliori aspettative cattoliche: la Democrazia cristiana ottenne la maggioranza quasi assoluta, 12.708.263 voti (48,5 per cento) contro gli 8.137.467 (35 per cento) del Fronte del popolo, la sinistra. Gli italiani avrebbero continuato a scegliere la Dc per altri quarantacinque anni.
www.giordanobrunoguerri.it