Coalizione di quiescenza

Il sistema pensionistico italiano «rischia di non essere più sostenibile»: l’ha dichiarato il presidente della Corte dei Conti Francesco Staderini, cui dobbiamo essere grati per questa certificazione solenne d’una situazione già largamente nota. S’impongono, per evitare la bancarotta del sistema, misure d’austerità sulle cui linee generali gli esperti autentici - non i venditori di fumo dell’estrema sinistra - sono sostanzialmente d’accordo. L’età di pensionamento è in Italia più bassa rispetto ai maggiori Paesi europei, e questo lusso non può continuare. È necessario fare qualcosa.
Ma a questo punto il ragionamento s’infrange su un ostacolo politico ed etico che mi sembra difficilmente superabile, e che poco ha a che fare con le declamazioni vacue dei demagoghi. Le misure di rigore - quale che sia la loro portata - devono essere approvate dal Parlamento italiano. E il Parlamento italiano - l’ho già scritto in passato e lo riscrivo volentieri - non potrà decentemente adottare alcun provvedimento che tocchi anche minimamente i diritti della gente comune se prima non avrà provveduto ad eliminare gli scandalosi privilegi previdenziali deputati e senatori. Dai seggi di Palazzo Madama e di Montecitorio - o di Strasburgo - non può arrivare al Paese alcun messaggio di serietà amministrativa. Arriva semmai un messaggio di dissennata prodigalità: che si manifesta nelle retribuzioni di parlamentari ed europarlamentari, le più alte d’Europa, e che si manifesta nel trattamento pensionistico dei parlamentari stessi. Un’inchiesta dell’Espresso rivela le dimensioni della spesa pensionistica per i parlamentari e gli ex parlamentari: dalla quale deriverà per il 2006 un «buco» di 174 milioni di euro, posto ovviamente a carico dei contribuenti.
Il regolamento previdenziale non è opera delle assemblee attualmente in carica. Risale a legislature precedenti. Ma nell’ansia riformistica che, stando alla retorica di palazzo, pervadeva gli eletti del popolo, non s’è levata dai banchi dei maggiori partiti una voce forte e chiara che esprimesse questo semplice concetto: le pensioni dei parlamentari vanno calcolate con le stesse modalità in vigore per la generalità dei cittadini, e richiedono la stessa durata di versamenti contributivi.
Un giorno m’è capitato di discutere, durante una trasmissione televisiva, con un senatore: il quale sosteneva che i parlamentari sono vittime, per quanto riguarda le pensioni, d’una leggenda nera. E in particolare si soffermava sulla norma in base alla quale, dopo trenta mesi di durata della legislatura (ossia due anni e mezzo di lavoro, secondo i parametri correnti), il parlamentare di nuova nomina acquisisce, a 65 anni, una pensione che si aggirerà almeno sui tremila euro mensili. Proprio questa norma genera la convinzione che l’attuale maggioranza reggerà almeno fino allo scadere dei fatidici due anni e mezzo. Ma per ottenere questi vantaggi, protestava il senatore, l’eletto deve versare contributi per i due anni e mezzo mancanti.
Povero eletto. Esiste nel mondo, fuori da Montecitorio e Palazzo Madama, una categoria che con cinque anni di contributi ottenga tremila euro mensili di pensione? No che non esiste. Hanno affermato nel loro libro Il costo della democrazia i senatori ds Cesare Salvi e Massimo Villone: «Un trattamento (quello dei parlamentari) ben più generoso di qualsiasi altro sistema previdenziale. A parità di capitale versato un privato cittadino ricaverebbe una rendita di 6-7 volte inferiore». Strabiliante è poi, anche in forza del maggior ricambio di eletti, il numero degli ex parlamentari pensionati. Siamo liberi, noi comuni mortali, di criticare alcune spensierate elargizioni pensionistiche. Ma nessuno è autorizzato a farlo nell’aula d’una Camera che incassa nove milioni di euro di contributi e ne spende 127 milioni per le pensioni, o dall’aula d’un Senato che incassa circa 5 milioni di contributi e ne spende 60 per le pensioni. Aspettiamo dal Parlamento la riforma riguardante le pensioni. Innanzitutto quelle del Parlamento stesso.