Coca, usura, appalti: la mafia mette radici

Alessia Marani

La criminalità nel Lazio ha un’identità ben precisa, subisce gli influssi della malavita organizzata meridionale, entra in affari con «lei», ne acquisisce il patrimonio delle conoscenze, lo mette in pratica per ottenere i «risultati migliori» in operazioni finanziarie, investimenti pubblici e privati, per «rosicchiare» passo dopo passo sempre più peso politico, economico e sociale. Non lascia spazio a dubbi il sostituto procuratore Antimafia Luigi De Ficchy in audizione, ieri, davanti alla commissione speciale «Sicurezza e lotta alla criminalità» alla Pisana: «Nel Lazio - dice - la criminalità è forte. Ha preso dimensioni di stampo mafioso. La penetrazione criminale sta assumendo caratteristiche di maggiore invasività e si sta consolidando progressivamente, ha una configurazione propria che va oltre alle grandi organizzazioni come la camorra e la n’drangheta, con le quali si trova spesso a braccetto». De Ficchy cita alcuni dati: secondo l’Eurispes, dal ’99 al 2003, il Lazio è la prima regione d’Italia per usura con 129.870 vittime, seguita a distanza dalla Campania con 89.6659. Per quanto riguarda la droga, nel 2004 il Lazio era seconda per numero di segnalati e la quarta per coinvolgimento di minori. Quest’anno è al terzo posto per sequestri di cocaina e marijuana, al quarto per l’hashish. I decessi per overdose sono stati 124 nel 2004 e 89 quest’anno. Inoltre, dal 1977 a oggi è al quarto posto e quest’anno al secondo per le segnalazioni dell’Ufficio Italiano Cambi riguardo a operazioni finanziarie sospette. La criminalità per De Ficchy si sta particolarmente rafforzando sulla base di quattro direttrici: l’accresciuta vitalità a livello locale; la presenza di elementi esterni meridionali comunque legati alla «casa madre»; il traffico degli stupefacenti, vera «industria» e risorsa della mafia; infine, l’aumentata pressione dei gruppi stranieri. La geografia della criminalità nel Lazio non può prescindere da tutta la zona del sud e dalla provincia di Latina dove, ha detto De Ficchy, «è da tempo radicata un tipo di criminalità locale infiltrata dalla malavita calabrese», ma anche la zona del litorale romano, «particolarmente disgraziato». A tal proposito il magistrato ha citato l’operazione che ha consentito di scoprire fra Anzio e Nettuno un’organizzazione che faceva riferimento, anche se agiva autonomamente, al clan Gallace. «Era nata una ’ndrina - ha affermato De Ficchy - che oltre alle attività criminali classiche si era infiltrata sul territorio con la gestione di attività lecite». «Situazione - ha aggiunto - che si sta estendendo anche al nord del litorale, anche se la situazione più drammatica appare proprio quella di Anzio e Nettuno (i cui sindaci sono stati convocati in commissione il 27 ottobre, ndr) dove i continui espisodi intimidatori ne sono una prova di fatto».
De Ficchy da 28 anni è in prima linea nella guerra contro mafia & dintorni. Nel ’78, con un collega più anziano, interroga il boss Frank Coppola «Tre dita», asserragliato nel suo buen retiro laziale, quella «Nuova Florida» che degli affari italo-americani di Cosa Nostra porta stampato il ricordo nel nome. Sostituto procuratore a piazzale Clodio, poi nella Procura Nazionale Antimafia, recentemente De Ficchy ha ricordato tre omicidi eccellenti nella Capitale che la dicono lunga sui legami tra mafia, camorra e gli ultimi rivoli della famigerata Banda della Magliana. Quelli di Giuseppe Carlino (settembre 2001, Torvaianica), Paolo Frau, «Paoletto», amico di Abbatino & Co. (ottobre 2002) e Michele Settanni, «l’ultimo» della Marranella (novembre 2002).