«La cocaina, che errore Voglio tornare a volare»

Ha 15 tatuaggi e un obiettivo: «Imparare a fare il padre»

Tony Damascelli

nostro inviato a Torino

Spiridon è un matematico che si occupa di informatica. Era il portiere di una squadretta di Timisoara, in serie C. Rodica fa l’operaia in un centro di computer, giocava pure lei da portiere in una squadra femminile. Quando, un giorno, chiusero la porta venne alla luce Adrian che porta il cognome di Mutu, ablativo della quinta che fu. Anche Adrian provò a fare il portiere, ma si portò più avanti e con i gol è diventato famoso e ricco.
Eccolo Adrian Mutu alla vigilia del debutto festaiolo con la maglia numero 30 della Juventus, domenica contro il Cagliari. Una presenza e subito lo scudetto sul petto, non male per uno che ha ventisei anni ma sembra nel football da una vita: «Devo molto a Moratti, lui mi ha portato in Italia ma all’Inter che altro potevo fare a vent’anni? Togliere il posto a Zamorano? A Ronaldo? A Vieri? A Recoba? A Baggio?».
Il ragazzo ha girato il mondo. Nato a Calinesti «perché là c’era l’ospedale ma ho sempre vissuto a Pitesti», tiene nel diario il ricordo del primo salario: «Duecento euro all’anno, con l’Arges Pitesti, bastò un campionato e gli euro diventarono 12mila e l’anno dopo 60mila. Tutti spesi, amo la vita».
Gli piace, gli è piaciuta, anche quella spericolata che gli è costata la squalifica internazionale e il licenziamento in tronco dal Chelsea: «Lo sapete tutti, la cocaina, il mio errore. Quando arrivi al top non vedi più la realtà, ti rispecchi negli occhi degli amici, di quelli che dicono che sei il più bravo, il più forte e invece avresti bisogno di qualcuno che ti riporti con i piedi per terra, di un saggio, ma chi è saggio? La famiglia era lontana e io ho esagerato. È stato il segnale di addio per apprezzare quello che ho oggi: il piacere sereno dell’esistenza».
Dice testualmente queste cose, in un italiano e con una proprietà di linguaggio imprevisti: «Non ho avuto insegnanti, sono stato io il mio maestro, con il dizionario in mano e stando attento a quello che ascolto. Leggo quello che mi intriga. Eppoi Spiridon ascoltava i dischi di Toto Cotugno e di Celentano».
Adrian Mutu ha la faccia sveglissima, per le donne è fascinoso di quelli che ti fanno perdere la testa: «Mi hanno offerto anche di girare un paio di film, se fossi un attore mi piacerebbe essere Al Pacino, tra le attrici la preferita è Michelle Pfeiffer. Ma ho rifiutato le proposte». In verità un film lo hanno girato a sua insaputa, un’ex playmate lo intrappolò in posture precise, storie hard, di dolce vita in fumo di Londra: «Pitesti è dolce, come Parma, Verona è affascinante, Milano non lascia memorie, Torino è operaia, Bucarest è pericolosa, Londra molto pericolosa». Ecco l’atlante Mutu, una carriera al volo: «Ho sempre cercato di migliorare, quando andai via dall’Inter mi dissi: voglio tornare in un grande club. Moratti comprò un quadro con una mia foto artistica, scattata in uno studio milanese, spese sei milioni. Ne comprò un altro con l’immagine di Ronaldo». I quadri sono in casa, i due soggetti sono stati ceduti.
Dicevano che fumasse sigari come un cubano, che frequentasse donnine, che folleggiasse fino all’alba: «Pagine di pettegolezzi, si fa in fretta e scrivere certe cose. Ho sbagliato, ho pagato. Avrei dovuto confessarmi con i miei genitori ma i figli non sono onesti con il proprio padre e con la propria madre, a volte si ha vergogna a dire la verità. Del resto il ruolo dei figli è quello di fare soffrire i genitori».
L’atlante prevede anche la cartina geografica, quindici tatuaggi distribuiti in ogni dove: «Qui c’è Gesù, io sono ortodosso, prego ma non prima di una partita, sarebbe troppo facile; qui c’è il nome di mio figlio scritto in arabo, con la data di nascita, IX IX 2002; qui una specie di biscia, in italiano, ai tempi del Parma “Un giorno senza sorriso è un giorno perso”».
Ci vorrebbe un indice, forse un sommario. Gli piace la vita e gli piace il calcio: «In campo accade di tutto e ci sta, l’importante è non bluffare. Accetto le provocazioni, le rispedisco al mittente, non mi piace l’arroganza di certi personaggi». Per combattere il sistema gli manca un esame per laurearsi in legge: «Voglio conoscere tutto sui contratti». Ha capito insomma che fare da grande: «Voglio fare il padre, so che è difficile ma voglio provarci». Controllando i tatuaggi è difficile ipotizzarlo: «Quando sarò più anziano non girerò mica a braccia nude come oggi».
La ciotola di insalata mista è la sua concessione in questo giovedì di sole afoso dentro la Torino operaia. Zlatan Ibrahimovic fa improvvisa ombra alla tavola e sentenzia: «Questo è tra i top ten degli attaccanti mondiali»; altri juventini fanno brusìo da «Urbani», il ristorante dove la bionda Maria tutto sa dei nuovi campioni ma nulla dice, nemmeno sotto tortura. Eppure da come sta guardando il figlio di Spiridon sembrerebbe pronta alla confessione.

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