«La cocaina? Fa tendenza e la colpa è dei vip»

A parole siamo tutti contro la droga; ma poi scopriamo che è sempre più diffusa e non riguarda più solo i «tossici», ma tutte le classi sociali. In molti ambienti tirare di cocaina è normale, lo spinello banale.
Qualcosa non va. Ed è ora di cambiare rotta, come spiega Riccardo C. Gatti, direttore del Dipartimento dipendenze della Asl di Milano e professore a contratto dell'università Bicocca, uno dei grandi specialisti europei della lotta agli stupefacenti.
I consumi dilagano, ma perché? La gente non è costretta a drogarsi, lo fa per scelta...
«La grande ingenuità è di pensare che non esista un marketing della droga evoluto. Al contrario, chi gestisce il sistema è molto bravo a usare i mezzi di comunicazione ricorrendo a strategie sempre più sofisticate, che mirano a far aumentare sempre di più gli acquisti e a generare consenso sociale attorno agli stupefacenti».
Insomma, ci influenzano a nostra insaputa...
«La situazione è complessa: non si è consapevoli della potenza del sistema droga, che resta poco visibile. La struttura non è disorganizzata, come si crede. Al contrario».
Come funziona?
«È composto da un insieme di aziende sovranazionali con un giro d'affari superiore al Prodotto interno lordo italiano. Ogni Paese compra e vende stupefacenti, e con essi investimenti, potere, denaro, che finiscono in attività illecite ma, attenzione, anche lecite. Il sistema genera una ricchezza enorme ed è gestito come una moderna impresa: ha i suoi brokers, capacità logistiche, tecniche da grande distribuzione e di comunicazione».
E s'incunea nella società, ma in che modo?
«Un po' perché c'è gente che ci guadagna e un po' perché il sistema è molto abile nel trasformare la droga in format di consumo accettati dalla coscienza comune».
Facendo leva anche sul mondo dello spettacolo?
«In parte sì, perché la droga fa tendenza. Negli anni Ottanta il personaggio del drogato faceva paura, ora invece fa ridere. Questo dovrebbe farci riflettere. Ma i format di consumo vanno oltre questo stadio».
Ad esempio?
«In conferenza pongo spesso al pubblico due domande. Immaginate un quarantenne, elegante, ha un Suv e frequenta locali alla moda. Che droga usa? Tutti rispondono: cocaina. Poi dico: ora immaginatevi un operatore sociale, precario, compra al mercato ecosolidale e preferisce muoversi in bicicletta. Che droga usa? Risposta: cannabis. E a quel punto io replico: ma chi l'ha detto che debba essere così? Entrambi potrebbero preferire l'eroina o l'ecstasy o non drogarsi affatto».
Già, perché?
«Perché nella nostra mente sono impressi degli stereotipi, si consuma una serie di prodotti affini, tra i quali anche il tipo di droga».
Una realtà agghiacciante...
«Con un problema in più. Noi della droga conosciamo solo la sensazione di momentaneo piacere. Se gli stupefacenti fossero dei farmaci, leggendo le controindicazioni chiunque si rifiuterebbe di prenderli per le alterazioni che producono in modo permanente. La gente che si droga occasionalmente pensa di essere al sicuro, ma non lo è affatto».
E allora come bisognerebbe combatterla?
«Siccome la droga non è percepita nel modo giusto, né spiegata, si pensa che combatterla significhi: sanzioni per chi la usa, la sicurezza stradale, spiegare ai ragazzi i rischi. E invece bisognerebbe agire sulla parte superiore. Penso a una cabina di regia in grado di coordinare le attività di informazione, prevenzione, comunicazione, trattamenti terapeutico-riabilitativi. Ma continuiamo a procedere in ordine sparso. E contro un avversario diviso e poco consapevole, il sistema droga prevale facilmente».
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