Il «cocalero» diventato presidente che piace tanto alla sinistra italiana

Ha fondato un «Asse del Bene» con il «duce» venezuelano Chávez e il loro idolo Fidel

da Washington

Il governo americano ha ammonito Evo Morales che il suo gesto di espellere l’ambasciatore Usa a La Paz è stato «un grave errore» che ha «seriamente danneggiato» i rapporti fra i due Paesi. Ma a Evo Morales i rapporti con l’America piacciono così, cattivi. E da quando è al potere si dà da fare per «danneggiarli» il più possibile. Quanto agli errori, ne produce in serie, al punto che, con tutte le sue simpatie per i rivoluzionari, più che un terrorista egli si qualifica agevolmente come un «errorista». In tutti i campi, non soltanto nelle relazioni con la Superpotenza, anche in casa propria. Per esempio quando ha cercato di imporre come lingua obbligatoria in tutta la Bolivia il quechua, che è inteso sì e no da un abitante su tre (lo scopo dichiarato era di «decolonizzare il Paese» eliminando lo spagnolo). O quando ha cercato di scegliere lui i programmi dell’ora di religione nelle scuole.
In entrambi i casi si è tirato indietro, in entrambi i casi ha obbedito alla retorica «precolombiana» su cui ha fondato tutta la sua carriera politica. Quando è diventato presidente nel gennaio del 2006 ha inserito il giuramento di prammatica in una «cerimonia spirituale» in un sito archeologico a Tiwanaku, dove è stato anche incoronato come Apu Mallku, Capo Supremo dell’Aymara, il gruppo indigeno di appartenenza e ha proclamato con grande orgoglio che quella era la prima volta che un indio purosangue saliva al potere in Bolivia dopo Tupac Amaru. Per 470 anni il leader boliviano era stato un bianco o tutt’al più un meticcio. Di certo Morales conosce ed esprime la vita dei ceti più poveri e retrogradi del territorio andino: è nato in una capanna col tetto di paglia, a 6 anni era al lavoro assieme al padre a tagliare canna da zucchero in Argentina, a 12 faceva il pastore di lama sull’altipiano presso Cochabamba. Più tardi fece il muratore, il fornaio e il suonatore di tromba per la Royal Imperial Band.
Ma l’occupazione per noi più eccentrica è quella che ha avviato la sua carriera politica: sindacalista cocalero, molto potente, rappresentante di centinaia di migliaia di contadini boliviani che vivono dei raccolti delle foglie di coca, dunque in fiera opposizione agli sforzi americani e dei precedenti governi per sradicare le piantagioni di questa materia prima per la droga. Alla fine del secolo questo movimento era diventato politico: Evo Morales ha saputo fonderlo con gli ideali del socialismo, al punto da essere eletto presidente con gli sforzi combinati del sindacato della coca e del partito da lui fondato, il Mas, «Movimiento al socialismo». L’ideologia del Mas è arcaica, le sue ambizioni enormi. Si riassumono nello slogan «Sempre in piedi mai in ginocchio», accompagnato dall’imperativo «Libera droga in libero Stato». Il tutto condito di riferimenti affettuosi a un eroe da tempo defunto, il Che Guevara, al suo compagno sopravvissuto, Fidel Castro, di rapporti cordiali con la sinistra europea e in particolare con quella italiana. Nella sua visita a Roma dell’ottobre scorso, dopo aver incassato un premio del centro Pio Manzù per i suo meriti «sociali», tenne una lezione alla Sapienza (presentato come ovvio da Gianni Minà) e incontrò tra abbracci e dimostrazioni di affetto, mezza sinistra: Bertinotti, Prodi, Napolitano, D’Alema e l’allora segretario di Rifondazione Giordano.
L’amico più prezioso, però, Morales lo ha in Venezuela ed è il presidente Hugo Chávez. Di lui ha assolutamente bisogno perché ha proclamato la nazionalizzazione del gas naturale, mentre la Bolivia non ha sbocchi al mare da cui vendere il prodotto, come vorrebbe, alla Cina. Chávez ha promesso di accollarsi le spese.
Quanto agli Stati Uniti, sono definiti nel programma del Mas niente più e niente meno che «il peggior nemico dell’umanità» in quanto capitalisti, anzi fautori del «capitalismo selvaggio» che vorrebbe rendere schiava tutta l’America Latina «dietro la maschera del modello neoliberale». Contro questa minaccia e attorno a Chávez e a lui, Morales vuole costruire fra Bolivia, Venezuela e Cuba un «Asse del Bene», ricalcato in positivo sull’«Asse del Male» inventato da Bush e adesso un po’ fuori corso.
Da contrasti come questo non potevano non nascere incidenti ed «errori» come quello dell’espulsione dell’ambasciatore Usa. La guerra continua, la rappresentazione anche.