Cochi e Renato: «Altroché infedeli siamo sempre noi»

Infedeli nella vita ma inseparabili sulla scena. Cochi e Renato, coppia d’oro del Derby anni ’60 e padri del cabaret italiano, insieme le hanno passate tutte, dal cabaret al teatro, dal cinema alla tv. E qualche tratto di strada solitario, non è riuscito comunque a dividerli. Infatti eccoli qui, «over sixty» ma con la grinta di due ragazzini alle prese con un nuovo spettacolo, «Una coppia infedele», al Nuovo fino a domani.
Un omaggio al passato o l’inizio di un nuovo percorso?
C. «Il percorso è sempre lo stesso. Siamo noi con il nostro modo di esprimerci attraverso le canzoni, le gag, gli sketch».
R. «L’idea è di riprendere il cabaret storico milanese dove siamo nati e cresciuti».
Una coppia infedele. Perché questo titolo?
C. «Perché è un po’ la nostra storia. Abbiamo lavorato insieme per tanto tempo, poi ognuno è andato per la sua strada e dopo vent’anni ci siamo ritrovati».
R. «E perché siamo uniti solo sul palco, per il resto abbiamo vite separate».
Come sarà lo spettacolo?
C. «È un recital di pezzi nostri accompagnati dalla band dei Goodfellas, con tante novità nel primo tempo e il classico repertorio nel secondo».
R. «Apriremo lo spettacolo con “La gallina”, che per la prima volta porteremo in teatro, e qualche canzone inedita come “Il barbiere del Corso”, la storia di un barbiere di corso Vercelli che si innamora di un cliente; “Malpensa” che è stata censurata in Rai un paio di anni fa, non si sa bene perché; poi “La tosse” che avremmo dovuto portare l’anno scorso a Sanremo…»
C. «…Ma Pippo Baudo non ci ha fatto scendere dal treno».
Infedeli tra di voi, ma fedeli alla città. Com’era la Milano del Derby e cosa è cambiato?
C. «Sono nato e cresciuto in via Foppa. Ho vissuto la Milano del Dopoguerra, c’era tutto da ricostruire. E noi ragazzini abbiamo vissuto un periodo di grande fermento culturale; c’era entusiasmo, voglia di fare. Oggi è tutto omologato, non c’è più l’atmosfera metropolitana di una volta, e anche la creatività si è appiattita».
R. «La Milano degli anni ’50-‘60 era povera ma proiettata in avanti. Sono nato e tuttora abito al Ticinese. Con Cochi andavamo all’osteria dell’Oca d’oro, ritrovo di artisti e intellettuali come Fontana, Mantegazza, Buzzati, Bianciardi. Lì Piero Manzoni esponeva i suoi quadri, mentre noi con la chitarra intrattenevamo i clienti con le nostre canzoni popolari. Poi è arrivato il Cab 64 e subito dopo il Derby, con Jannacci, Toffolo, Lauzi e Andreasi».
A proposito di Derby, da poco ha riaperto in via Mascagni, e già si parla di demolirlo…
C. «Il Derby di allora era fatto di persone, non un’istituzione vuota. Riproporlo richiedeva una cura, una preparazione, una partecipazione artistica che non si può pensare di ricostruire da un giorno all’altro».
R. «È impossibile ricreare quell’atmosfera, è passato troppo tempo».
Chi sono oggi gli eredi del Derby?
C. «L’unico che riesce a portare avanti un discorso di ricerca è lo Zelig».
R. «Zelig è un’ottima palestra e sicuramente ne uscirà qualcosa di buono».
Un difetto di Cochi?
R. «È un po’ pigro, mentre io sul lavoro sono un precisino. Un rompiscatole, insomma».
E di Renato?
C. «Cucina troppo bene e mi fa ingrassare».
Comici si nasce o si diventa?
C. «Si nasce».
R. «Ci vuole una buona base naturale che poi con l’esperienza si può affinare».