«In coda alle mostre? Meglio della tv»

Diciamo la verità: le immagini della lunghissima coda di milanesi che, in un’umida serata di novembre, attendono pazienti di varcare la soglia di Palazzo Reale per visitare una mostra gratis, fanno una certa impressione. Così come i dati diffusi dal Comune di Milano: oltre un milione di visitatori nel 2009 alle esposizioni pubbliche della città. Che succede? Palazzo Reale come la Tate, il Pac come il Beaubourg? Oppure - ma sarebbe triste - è l’effetto della crisi per cui un coupon gratis vale il sacrificio di un raffreddore in piazza Duomo?
Francesco Alberoni, che di comportamenti di massa se ne intende, legge il fenomeno in chiave positiva. «La gente si mette in coda al museo anzitutto perché è stufa delle castronerie che offre la tv, dalle fiction ai talk-show ai dibattiti politici divenuti insopportabili e tutti uguali. Anche il cinema, sia quello nostrano che quello americano, oggi offre sempre meno, e il calo di spettatori nelle sale lo dimostra». Meglio un quadro, dunque. Oppure anche l’arte, oggi, segue la scia della moda? «Gli italiani, e i milanesi non fanno eccezione, spesso sono vittime di infatuazioni - continua il sociologo - però devo dare atto al nuovo assessore alla Cultura di stimolare, con il suo presenzialismo e ipercinetismo, l’interesse del pubblico per gli eventi culturali. Qualcuno ha parlato di mostre spettacolo. Sarà, ma troppa sperimentazione rischia di cadere inascoltata e poi un grande autore storico è sempre una spinta al confronto con un’epoca, utile in una società contemporanea troppo miope verso le proprie radici».
Marco Goldin, che nel Nordest si è guadagnato il titolo di re delle mostre-business, storce il naso: «Un milione di spettatori, in una città come Milano, sarebbero grandi numeri? Non scherziamo. La mia mostra su Monet, a Brescia, fece da sola 430mila visitatori. A Treviso 430mila. E lo sa perché? Erano mostre con 80-90 capolavori provenienti dai musei di tutto il mondo. Le «Ninfee» a Palazzo Reale erano 20 tele affittate in blocco dal Museo Marmottan di Parigi. La gente non è stupida e quando una mostra è ricca fa anche i chilometri per andarla a vedere; ma chi la organizza sa che occorrono non meno di due o tre anni di ricerca e duro lavoro». Le code a Palazzo Reale, però, dimostrerebbero il contrario. Per Hopper la gente attende minimo un’ora... «Hopper era anche un mio pallino, ma mettere assieme una vera mostra come quella del 2003 alla Tate di Londra e poi al museo di Colonia, di questi tempi era impossibile. Per ottenere i grandi capolavori appena rientrati dalle retrospettive del 2008 al Museo di Boston e alla National Gallery di Washington bisognava aspettare tre, quattro anni. Affittare la collezione del Whitney museum di New York come ha fatto Milano era più semplice e rapido, ma le opere sono quelle che sono: cioè la prima formazione dell’artista, e i lavori su carta...».
L’ex assessore Vittorio Sgarbi non la pensa così. «Goldin non considera gli spazi a disposizione di Milano, e che alla fine si riducono al Palazzo Reale e al Pac, visto che la Rotonda della Besana resta a mezzo servizio. Impossibile, in queste condizioni fare grandissimi numeri. In realtà le code di pubblico dimostrano che durante il mio mandato ho lavorato bene, visto che con Hopper si chiude il ciclo del mio programma di mostre, anche se nessuno ha il pudore di citarmi. La cosiddetta Bella Estate dell’arte è una mia invenzione, e stesso dicasi per Mito. Sono compiaciuto nel vedere che i milanesi vadano molto di più alle mostre, frutto della mia decisione di accorciare i tempi di intervallo tra un’esposizione e l’altra, che mi consentì di programmare 83 mostre in un anno».
Luci e ombre per il critico Stefano Zecchi, pure lui con un breve trascorso ai vertici della Cultura. «Oggi - dice - il fattore business prevale su quello della ricerca e l’amministrazione cerca di massimizzare i profitti sfruttando il fattore evento e la comunicazione di massa. D’altronde la domanda culturale del pubblico è aumentata e le code a Palazzo Reale sono comunque un segnale positivo: meglio un ignorante alla mostra di Hopper che davanti alla televisione. Detto questo, continuo a sostenere che l’obbiettivo di Milano non può essere lo stesso di Brescia o Treviso e il paragone deve farsi con le capitali internazionali. Questo vale per l’arte, ma anche per il teatro e la musica, dove vedo un appiattimento verso il basso. La Scala non ha più l’identità dei tempi di Muti, e il Piccolo non ha più il carisma che aveva con Strehler».