Code per il film sul Risorgimento finanziato e scaricato dalla Rai

Il pubblico gradisce la pellicola di Martone ma pochi possono vederla: è
solo in 29 cinema

Il pubblico c’è e ha battuto un colpo. Anzi, forse più d’uno. Nello scorso week end Noi credevamo, il controverso kolossal di Mario Martone sul Risorgimento costato 6 milioni di euro, ha ottenuto la più alta media per sala (4mila 288 euro) battendo, in questa speciale classifica, i più promossi Maschi contro femmine e The social network. Il problema è che le copie previste dalla 01 (RaiCinema) che lo distribuisce erano solo ventinove. Ieri Martone era ospite di Diario italiano di Corrado Augias e mentre raccontava il suo film, via mail e via sms giungevano le proteste del pubblico che non aveva potuto andare a vederlo perché in molte città non era programmato. A Milano invece lo proietta solo il cinema Anteo che in un primo momento gli aveva riservato la sala da cento posti. Visto l'afflusso sorprendente, sabato era stato spostato in quella da quattrocento, per poi riportarlo in quella più piccola. Risultato: lo spettacolo del pomeriggio di ieri è andato esaurito tre quarti d’ora prima dell’inizio, con code di spettatori indispettiti.

Qualche giorno fa, per giustificare la scelta al ribasso di Raicinema il direttore generale Paolo Del Brocco aveva allargato le braccia: «Che ci possiamo fare se i giovani vanno a vedere solo i cinepanettoni». Mentre Filippo Roviglioni, ad di 01, aveva tentato di girare le carte in tavola: «Sono amareggiato. Ma fuori c’è un mercato libero protetto dal Garante e la Rai non è proprietaria di sale cinematografiche», aveva osservato buttandola in politica. Come se tutte le sale oltre le ventinove privilegiate fossero monopolizzate dai concorrenti (uno in particolare?). Dal canto suo Martone aveva chiesto una risposta esplicita agli spettatori: «Andarlo a vedere è l'unico modo per spezzare la catena e smentire che i giovani guardano solo i cinepanettoni».

Puntuale, la risposta del pubblico è arrivata a smentire la sciatteria della Rai. La quale, pur avendo finanziato il film con la metà del budget complessivo (1,5 milioni RaiCinema altrettanto RaiFiction), non ci ha creduto fino in fondo, probabilmente perché vittima di una caricatura qualunquista del pubblico stesso. Tuttavia, pur pagando pegno all’ormai superata interpretazione del Risorgimento come rivoluzione tradita, le premesse perché l’affresco di Martone riscuotesse un discreto successo c’erano tutte. Da anni la presidenza della Repubblica, soprattutto ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi, caldeggiava la produzione di opere che aiutassero la riflessione sulla nostra storia recente. Per di più, nel 2011 si celebrano i 150 anni dell'Unità e non a caso Noi credevamo si avvale anche del contributo del Comitato Italia 150 (800-900mila euro) in accordo con la Regione Piemonte. Lasciamo stare che, poi, per una bizzarra scelta del regista e del suo sceneggiatore Giancarlo De Cataldo, la figura di Camillo Benso di Cavour, non proprio marginale nello sviluppo degli eventi, non compaia nemmeno un secondo nelle quasi tre ore del film. L’opinabilità dell’approccio di Martone è tutta lì da vedere, in un’opera corale e con un certo afflato epico, una bella fotografia, le giuste citazioni pittoriche e una riuscita colonna sonora.

Che però perde precisione quando deve calibrare storiografia e fantasia, insistendo sull’utopismo dei tre giovani cospiratori protagonisti - quasi una Meglio gioventù dell'800 - per accreditare la delusione contenuta nel Noi credevamo del titolo (dal libro di Anna Banti). O quando, per rimbalzare il messaggio sull'Italia di oggi, ingloba nella scenografia e nella sceneggiatura il cemento armato che deturpa la spiaggia del Cilento (incuria del paesaggio) e il carcere di massima sicurezza di Saluzzo dove furono internati alcuni brigatisti e dove viene giustiziato uno dei carbonari (società repressiva). Dunque, si può ritenere il film di Martone un lavoro parziale e non del tutto riuscito. E tuttavia, considerato il dibattito storiografico e le ricorrenze, per discuterne sarebbe stato meglio farlo vedere. Perciò, mancata l'occasione, ce n'è abbastanza per chiedere un tentativo di rimedio in corsa. Ma anche un ripensamento sulla strategia di investimento produttivo e promozionale dei fondi pubblici di Raicinema. Il mancato incasso di questo primo week end difficilmente potrà essere recuperato anche con il probabile aumento delle copie già dalla prossima settimana. Non sarà che la distribuzione ridotta serva per tutelarne la futura programmazione televisiva?