Codesto sappiamo, il sindaco che non vogliamo

(...) che cambiò Genova senza chiedere nulla in cambio, felice e grata solo perchè qualcuno si era ricordato del suo papà, della sua storia, della bellezza della sua figura, della sua diversità, della sua coerenza, del suo anticomunismo e del suo viverlo (e vivere) con dolcezza.
Il che - in un’epoca in cui c’è gente che cambia le idee e i partiti come se fosse in una sfilata di moda della collezione Dolce & Voltagabbana, senza nemmeno la decenza di rispettare, se non i propri benefattori, almeno i propri elettori - è qualcosa di straordinario.
E sapete qual è un altro particolare emozionante, vivo, significativo? Che la bellezza degli occhi e del pensiero dei bambini ha avvicinato lettori che, magari, la pensano diversamente su tante cose, ma si ritrovano nella ricerca di una politica che sia purezza e non triste e misera ricerca di contropartite personali o che si riduce a candidati che si guardano in continuazione allo specchio convinti di essere i più belli o i più furbi del reame. E così si sono ritrovati nello sguardo dei bimbi persone come Luciano Ardoino, probabilmente il massimo conoscitore di turismo di tutta la Liguria, che ha riportato integralmente il sogno di un sindaco-bambino sul suo blog, e Gian Luca Fois che è intervenuto su queste colonne nei giorni scorsi e Claudio Papini, che ne scriverà nei prossimi.
E poi mi ha fatto enormemente piacere la chiamata di uno dei massimi industriali genovesi, uno che sta nell’alto dei cieli della città che lavora e che produce, che si è riconosciuto alla perfezione nel nostro sogno. E già questo testimonia che, davvero, è un grande imprenditore, non solo per definizione o autodefinizione. Ma ha anche posto un problema reale: un sindaco bambino potrebbe sopravvivere dipendendo da vecchi (in contrapposizione a bambini) politici? Domanda che sottende altre scelte, sempre sotto forma di metafora: «Bisognerebbe prima riformare il sistema istituzionale e farlo diventare un asilo! Oppure, bisognerebbe dare la carta e le matite al solo bambino sindaco».
Sono problemi assolutamente seri, reali. E io stesso non so dare una risposta definitiva ai problemi che si troverebbe di fronte un sindaco-bambino. Con il cuore di un bambino. Con gli occhi di un bambino. E quindi, non posso che rispondere con il Montale di Ossi di seppia e, in particolare, di Non chiederci la parola: «Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo ciò che non vogliamo».
Ecco, io non voglio sindaci comunisti e non voglio sindachesse parolaie. Non voglio demagoghi, ma non voglio nemmeno gente che sta chiusa in un palazzo di vetro, senza rendersi conto che le persone perbene non ne possono più di un mondo che risponde solo a se stesso. Non voglio gente che osteggia un partito il sabato, ci entra dentro la domenica per farsi eleggere e ne esce il lunedì perchè si è ricordato che quelli lì gli fanno un po’ schifo. Non voglio persone che si fanno eleggere in un posto e poi se ne fregano e non ci vanno, con l’unico risultato di non fare entrare un altro. Non voglio paracadutati che, quando non sono più d’accordo con i paracadutatori, non si dimettono. E non voglio più candidature dove uno decide per tutti e gli altri devono applaudire.
Così come ribadisco che non voglio più candidati sindaci «stranieri» solo in quanto stranieri. Non vedo perchè i moderati genovesi non possano essere rappresentati da uno di loro, ma debbano andare a cercare fuori dalla porta di casa. Se c’è in giro il premio Nobel ben venga, ma se il risultato è di trovare persone che pensano di essere premi Nobel, la questione è un po’ diversa. E allora, lo ribadisco, guardiamo in casa, alle straordinarie risorse e alle tante persone perbene che non hanno paura di dirsi non berlusconiani acritici (io, ad esempio, non lo sono, da tempi non sospetti), ma «moderati», ma «di centrodestra», ma «anticomunisti», ma «alternativi alla sinistra dura e pura». Ci vuole tanto a dire queste cose? Ci vuole tanto a capire che è il minimo che sarebbe giusto pretendere da candidati del centrodestra?
Di tutto questo parleremo alla prossima riunione di famiglia del Giornale, alla prossima «Savignone». Che, con ogni probabilità, non sarà a Savignone - anche se certamente torneremo presto a Palazzo Fieschi, approfittando della squisita ospitalità di Simonetta Caprile - ma questa volta resteremo a Genova.
Ovviamente, vi informeremo per tempo di date, orari e luoghi. Ma quello che possiamo già dirvi è che siete riusciti a commuoverci anche questa volta: non solo con l’ottima partecipazione di popolo a Savignone (non di politici, ringraziamo chi è venuto, ma i protagonisti non erano comunque loro), ma anche con la partecipazione di chi non è riuscito ad esserci. Ringrazio le signore che mi hanno fermato per strada in questi giorni, scusandosi - letteralmente scusandosi - per non essere riuscite a venire; ringrazio coloro che mi stanno telefonando per chiedere «quando è la prossima» e ringrazio chi ci ha scritto cartoline per dire che era altrove, ma col cuore era insieme a noi: Lorella Fontana da Zollikofen; Giacomo Pronzalino da San Candido in Val Pusteria; Gian Franco Rovani da Sabbioneta, in provincia di Mantova.
Ecco, per quelli di Savignone, per quelli delle cartoline e per tutti quelli come loro, organizzeremo prestissimo un altro incontro. Ma intanto continuiamo a sognare insieme a loro un sindaco-bambino. E, soprattutto, una Genova e una Liguria migliori. Degne di quello che è il popolo del centrodestra, non molti suoi rappresentanti e vertici.
Non so se ce la faremo. Ma so che, provandoci, abbiamo già vinto. Noi e voi.