Il «Codice da Vinci» e quelle faziosità su Cristo e la Chiesa

Alberto Giannino *

In questi giorni si ritorna a parlare del Codice da Vinci che presto sarà presente sugli schermi cinematografici. Si tratta di un romanzo che ha già venduto 25 milioni di copie e sia l’editore Jason Kaufmann che l’americano Dan Brown possono ritenersi soddisfatti per il successo editoriale e il messaggio religioso divulgato. I due hanno studiato a tavolino un romanzo irreale, fantasioso, pieno di falsità, che ha anche degli accenti morbosi per catturare l’interesse di chi non possiede una solida cultura religiosa. L’Opus Dei viene descritta come una holding i cui dirigenti fanno transazioni finanziarie da milioni di euro. Un attacco violentissimo verso un movimento ecclesiale che esiste dal 1928, fondato da un santo, Josemaria Escrivà, che ha 2.000 fra diaconi e presbiteri e 84.000 persone nei cinque continenti. Dopo l’attacco premeditato all’Opus Dei, l’autore si propone di smantellare la divinità di Gesù, ma c'è un grosso ostacolo: la Bibbia, la parola di Dio, che è una delle fonti principali della religione cattolica. E che cosa scrive l’autore? «La Bibbia è un prodotto dell’uomo, non di Dio». Ma come tutti i biblisti ci hanno insegnato che la Bibbia è un libro ispirato divinamente, scritto da uomini, alla maniera umana, e nel possesso delle loro facoltà. E, per queste ragioni, l'autore è Dio. Ma l’ispirazione divina per Brown non c’entra nulla.
L’autore elogia il Gesù storico, come fanno molti atei e protestanti: «È una figura di grande influenza, forse il leader più enigmatico e seguito che il mondo abbia conosciuto, ha abbattuto re, ispirato moltitudini e fondato nuove filosofie». Così Brown proclama la grandezza di Gesù Uomo, ma contestualmente, proclama la morte di Dio, senza chiedersi mai chi è Cristo veramente. San Giovanni, al primo capitolo del suo Vangelo, risponde: «È il Verbo, è Dio, è Colui per virtù del Quale tutte le cose furono fatte». E San Paolo confermerà: «È avanti a tutte le cose; e tutte le cose sussistono per lui». Quante altre affermazioni e testimonianze dovremmo raccogliere se un fatto dominante, la risurrezione, non le condensasse tutte e le certificasse. Da ultimo non ci è dato di sapere, nel romanzo, la dottrina di Gesù, i suoi miracoli e la sua Risurrezione. Anche sull’Eucarestia ci sono vergognose manipolazioni di cui è meglio non parlare per il rispetto che abbiamo verso questo Mistero. Non poteva mancare l’affondo al peccato che sarebbe una sciocchezza inventata dalla Chiesa. Delle due l’una: o Brown non conosce la vicenda storica di Cristo, oppure la nasconde scientemente. E la nasconde molto bene per travisare i fatti storici avvenuti dopo la nascita di Gesù. E allora si inventa un fantomatico Priorato di Sion del 1099 di cui hanno fatto parte Botticelli, Hugo, Newton e Leonardo per portare avanti una tesi sconcertante e mistificatoria. Si sofferma sulla tempera a muro dell’Ultima cena di Leonardo, dove Brown, per uno strano gioco di riflessi, vede una donna. Per i lineamenti del viso, per le mani lunghe, i capelli di colore rosso. Quella donna sarebbe Maria Maddalena, di sangue reale, che Gesù avrebbe sposato e dalla quale avrebbe avuto una figlia di nome Sarah che non ha mai conosciuto in quanto, durante il suo arresto e la sua crocifissione, Maria Maddalena sarebbe scappata in esilio in Francia. E da lei ha inizio la dinastia dei Merovingi.
L’ultima bordata è per l’Imperatore romano Costantino, che decise nel 325 d.C. di convocare il Concilio di Nicea, sotto il pontificato di Papa Silvestro I. Quel Concilio si espresse favorevolmente sulla divinità di Cristo e sulla sua consustanzialità col Padre, realtà religiose che questo libro ha tentato di smantellare con bordate suffragate dal niente. Come cattolico giudico quest’opera letteraria faziosa, intrigante e basata su menzogne storiche. Denigrando Gesù gli autori si sono portati a casa milioni di dollari. È questa la verità che non ammetteranno mai.
*presidente Associazione docenti cattolici