COELHO

Quando Paulo Coelho pubblicò in Brasile, nel lontano 1987, il suo primo libro O diário de um mago (in Italia arrivò l’anno dopo per i tipi Bompiani) nessuno avrebbe immaginato che questo scrittore, caratterizzato da una prosa accattivante e da una vena spiritual-esoterica, sarebbe diventata la superstar del best seller. Eppure ora, a vent’anni e spiccioli di distanza, Coelho vanta un record stratosferico: cento milioni di copie vendute in centosessantasette Paesi e tradotti in sessantasette lingue. Un risultato strepitoso, soprattutto per un autore non anglofono, proveniente da un mercato editoriale defilato come quello portoghese.
Così in quel di Francoforte, alla Buchmesse, ieri sera un gigantesco party al King Kamehameha club ha festeggiato il Coelho dei «miracoli», quello a cui hanno persino dedicato una strada a Santiago de Compostela. Il Coelho che assieme a Orhan Pamuk è la vera attrazione mediatica della fiera del libro. Una festa glamour e un po’ brasilera (tra i seicento ospiti c’era anche il sambista Gilberto Gil) che, però, è anche l’occasione per un bilancio sulle intuizioni che hanno fatto la fortuna di un autore.
Coelho, infatti, è uno scrittore che si è imposto non solo per lo stile, ma anche per le scelte e la capacità di essere (più che di creare) un personaggio. Ha investito, reinventandolo, sul romanzo «spirituale», legato a una mistica tutta interiore, quando erano in pochissimi a farlo. Ha capito la voglia di magico che aleggiava nel mondo con larghissimo anticipo. E, a prescindere da ogni giudizio di merito, la critica non è mai tenera con chi vende e ha azzeccato i gusti del pubblico.
E lo spirituale brasiliano ha anche azzeccato un’altra formula, magicamente tecnologica. Dall’inizio di quest’anno mette on-line ogni mese, integralmente e gratuitamente, una delle sue opere. Le vendite non sono calate, anzi. È successo il contrario. Quindi dalla Buchmesse ha invitato le case editrici a vedere la rete come una possibilità globale e non come un nemico. Avrà ragione di nuovo?