COFFERATI ED EPIFANI

Come milioni di italiani, oggi non parteciperò allo sciopero indetto dai sindacati della scuola contro la cosiddetta riforma-Gelmini. Saremo, noi non-partecipanti, la schiacciantissima maggioranza. Ma non ci sarà riconosciuta alcuna dignità di opinione: nella migliore delle ipotesi saremo considerati degli astenuti, o peggio degli indifferenti. Insomma il nostro sarà archiviato come un ruolo passivo. Noi non esisteremo, nelle cronache di domani. Ci sarà spazio solo per chi sarà sceso in piazza, pochi o tanti che saranno.
E invece la nostra è una contro-manifestazione, una contro-marcia. Non è per fare i Nanni Moretti, che ci si nota di più se non ci facciamo vedere: ma la nostra assenza deve pesare quanto una presenza. Stando a casa, o sul posto di lavoro, anche noi milioni di genitori e studenti esprimiamo ed esibiamo una posizione chiara. Ci siamo anche noi, insomma, nella partita; e pure noi abbiamo la nostra brava protesta da fare.
Innanzitutto protestiamo contro una nuova, ennesima opera di Disinformazia. E siamo stufi, delle Disinformazie: è almeno dagli anni Settanta che l’Italia è ammorbata da slogan, campagne di stampa, appelli e contrappelli fondati sul nulla. La parola d’ordine della manifestazione di oggi, per dire, è «No alla distruzione della scuola». E chi non manifesterebbe, contro la distruzione della scuola? Gran parte di coloro che oggi scenderanno in piazza, lo faranno perché qualcuno ha fatto intendere loro che il ministro Gelmini - oh sciagurata - vuole appunto «distruggere la scuola».
E se uno chiede di saperne di più, di entrare nei dettagli, di capire come quando dove e con chi la scuola italiana sarà distrutta, la Disinformazia si fa più raffinata. S’è detto ad esempio che in molte scuole il tempo pieno sarà abolito: argomento forte, che ha scosso e preoccupato centinaia di migliaia di genitori che lavorano. Argomento forte ma completamente falso, perché con il ritorno al maestro unico ci saranno a disposizione più maestri per il pomeriggio, e il tempo pieno aumenterà del 50 per cento. Aumenterà, non diminuirà.
S’è detto poi che gli studenti delle superiori saranno colpiti da una brutale «repressione» (testuale) a colpi di aumento delle ore di lezioni. Falso anche questo. Le ore diminuiranno: in particolare, negli istituti tecnici e professionali scenderanno da 36 a 32 ore la settimana, nei licei classici, scientifici, linguistici e delle scienze umane da 33 a 30. S’è detto anche che è stata abolita l’educazione civica, che al contrario è stata reintrodotta. Soprattutto s’è parlato di «tagli» che avrebbero la conseguenza di impoverire la scuola pubblica. La verità è che il piano prevede un risparmio di otto miliardi in tre anni, accorpando classi e tagliando rami secchi, esattamente come avevano previsto il governo Prodi e il ministro Luigi Berlinguer, diessino, il cui progetto prevedeva tra l’altro l’uscita di centomila professori in tre anni (lo ha ricordato lui stesso in questi giorni). Il piano dell’attuale ministro prevede invece il reinvestimento di due degli otto miliardi risparmiati: per l’innovazione tecnologica e per un premio economico ai professori. Non è moltissimo, ma sempre di più del microscopico 0,3 per cento previsto fino a oggi nel bilancio del ministero della Pubblica istruzione.
Ma tutto questo i ragazzi non lo sanno, e ancor meno lo sanno i bambini cui nei giorni scorsi hanno fatto lezione maestre agghindate con un demenziale lutto al braccio, o quelli che hanno visto in aula cartelli funebri con scritto: «Qui giace la scuola pubblica», o quelli che hanno assistito a funerali del diritto all’istruzione, con tanto di bara portata a spalle.
Ecco un primo motivo per dare un senso alla nostra assenza dai cortei di oggi: per dire, anzi urlare, che le ragioni degli altri le sentiamo volentieri, ma delle campagne di disinformazione non ne possiamo più.
Ma abbiamo pure una seconda motivazione, più profonda. Dietro alle notizie terroristiche dispensate dagli agit-prop per indurre mamme e bambini e ragazzi a occupare le scuole, insomma dietro al grande inganno su cui si costruisce la manifestazione di oggi, c’è uno dei più ostinati arroccamenti corporativi del nostro Paese. Chiunque - capitò anche a Berlinguer - si azzarda a cercare di mettere mano al sistema-scuola, tocca fili scoperti e rischia di restarne fulminato. Lo sciopero di oggi è uno sciopero di pura conservazione. Non si vuole toccare un sistema che fa acqua da tutte le parti: che la scuola italiana sia malata lo dicono - anzi lo vedono - tutti, dall’Ocse a noi, semplici uomini della strada e genitori.
Certo, la scuola di oggi non è più quella degli anni Settanta. Non vi sono più le tensioni, le violenze, gli estremismi di quegli anni, e per estremismi intendo anche il sei politico e gli esami di gruppo. Ma di quegli anni sono rimasti alcuni dei postumi più fastidiosi: lo scialo di uomini e risorse a tutto beneficio dei soli sindacati, la sciatteria nell’organizzazione (quanti genitori hanno vissuto l’esperienza di più e più maestri cambiati nel quinquennio delle elementari?), la mancanza del principio di meritocrazia, specie fra gli insegnanti, i quali finiscono poi per essere i più penalizzati dall’idea che la quantità debba prevalere sulla qualità. Cito un insospettabile, Corrado Augias sulla Repubblica di ieri: «Per fortuna la Gelmini non riforma, cerca solo di introdurre criteri di senso comune, per esempio quelli relativi alla scuola media dove il centrosinistra ha operato male favorendo nei fatti il lassismo».
Noi non sappiamo se i provvedimenti del ministro Gelmini siano esattamente ciò di cui la scuola ha bisogno. Anzi, è sicuro e perfino ovvio e scontato che nella migliore delle ipotesi oltre a quei provvedimenti ci sia un’altra infinità di cose da fare. Ma sappiamo che così com’è la scuola non va bene, che da qualche parte bisogna pur cominciare, e chi sciopera oggi è l’espressione di un incartapecorito partito dell’immobilismo.