Cofferati ha fatto flop: la sinistra lo scarica

Degrado del centro storico, microcriminalità, traffico, rapporti con la Chiesa: su nessun tema si salva. E molti assessori della sua giunta lo hanno già abbandonato

da Bologna

Insofferenza, indifferenza, ostilità. È ciò che lega, dopo tre anni di mandato, la città di Bologna e il suo sindaco, Sergio Cofferati. A sostenerlo non sono solo gli oppositori politici, ma anche osservatori, personalità e molta «società civile» bolognese, dalle polisportive, tradizionale bacino di voti del Pci-Pds-Ds, ai comitati, che politicamente stanno tutti dalla stessa parte dell’ex numero uno della Cgil. E ora anche un sondaggio - che pubblichiamo qui sotto - dove il gradimento della città per l’ex sindacalista tocca i minimi storici. Dubbi e critiche che hanno già fatto partire la corsa alla ricandidatura: a Bologna si voterà per il sindaco nel 2009, due anni prima delle politiche nazionali, se il governo Prodi reggerà. In crisi ormai cronica con l’ala radicale della sua maggioranza e travolto da uno tsunami di critiche, Cofferati ha rimandato ogni decisione al 2008: anzi, al 16 giugno del 2008, alle 12.30, giorno in cui ha già indetto una conferenza stampa. Un cambio di strategia che si è concretizzato da poco, visto che fino a qualche mese fa alla domanda: «Si ricandida o punta a Roma?», il sindaco aveva sempre risposto: «Ho chiesto ai bolognesi di governare per due mandati e così farò». Cofferati punta a una ricandidatura plebiscitaria da parte di tutti i partiti della sua maggioranza, da Rifondazione alla Margherita. Uno scenario a oggi improbabile. E nemmeno il sindaco vuole accettare di confrontarsi alle primarie con altri candidati. Ecco allora la decisione di rinviare, in attesa di vedere cosa succederà con il Partito democratico, in cui il Cinese ambisce a un ruolo nazionale.
Così Bologna vive sospesa, a parlare di elezioni a due anni dal voto, mentre perfino Beppe Maniglia, cantante di strada che in città è una sorta di monumento e ogni sabato intrattiene i bolognesi in piazza Maggiore, ha già pronta la sua lista. Ma i problemi sono tutti ancora sul tavolo: il degrado del centro storico e della zona universitaria, che ha portato a vietare l’alcol d’asporto la sera ma ha solo provocato l’ostilità della potente associazione dei commercianti bolognesi, l’Ascom, dalle cui fila uscì nel 1999 il «conquistatore» Giorgio Guazzaloca; l’aumento della microcriminalità: i dati del Viminale per il 2006 hanno incoronato Bologna prima in Italia per furti in casa, scippi e borseggi, nonostante la campagna per la «legalità» con cui Cofferati ha sfondato sui media nazionali. Ultimo atto di questa campagna, dopo rom e lavavetri, il sindaco ha attaccato le scritte sui muri, «perché anche i graffiti spaventano». Quindi c’è il capitolo traffico, con gli automobilisti vessati dalle multe, frutto dei sistemi di telecamere che hanno invaso le strade della città, e il Comune fa cassa. Nello stesso tempo, sono al palo le grandi opere, la metropolitana e il tram, di cui poco si sa e ancora meno si vede. Di questi mesi, infine, sono le incomprensioni con l’arcivescovo Carlo Caffarra, sulla futura moschea di Bologna e i rapporti con il movimento omosessuale. Eletto nel 2004 con il 57% delle preferenze, la popolarità del sindaco è in caduta libera. Alcuni assessori della sua giunta hanno già preso le distanze, annunciando che nel 2009 non saranno più disponibili. E non si tratta di personalità di secondo piano, ma dell’assessore alla Cultura, Angelo Guglielmi, storico direttore di Rai3, e dell’ex toga rossa Libero Mancuso.
«Cofferati è il testimone più visibile e importante della crisi dei Ds di Bologna - osserva Gianfranco Pasquino, professore di Scienze politiche all’Alma Mater e importante commentatore della sinistra -. Nel 1999, con Guazzaloca, i Ds scoprirono di non riuscire più a vincere; nel 2004 di non avere saputo creare una candidatura decente al loro interno. Così ecco Cofferati, che arrivava da fuori, non conosceva la città ma prometteva partecipazione. I bolognesi lo hanno preso sul serio, poi si è fatto imporre gli assessori dai partiti e ha deciso di fare da solo». Per questo Pasquino, in vista del 2009, invoca delle vere primarie: «È possibile e auspicabile un candidato che corra contro Cofferati - spiega -. Dovrà avere biografia politica, competenza amministrativa, conoscere la città o ancora meglio viverci, e aggiungo non essere un sindacalista, perché la Cgil ha uno straordinario e ingiustificato potere di designare persone e cariche in Emilia Romagna». In testa ha anche alcuni nomi: Mauro Zani, Lanfranco Turci, Katia Zanotti, Romano Montroni, ex Feltrinelli ora consulente Coop. A parte Zani, tutti esuli dai Ds (Turci nella Rosa nel pugno, Zanotti nella Sinistra democratica), perché la Quercia bolognese, la più grande federazione d’Italia, da sola non ce la fa più.
Anche per Stefano Bonaga, filosofo e capofila del «gruppo dei 43», un manipoli di intellettuali che ha redatto un manifesto di critiche a Cofferati, il sindaco è al capolinea: «Io ho scommesso che non ha intenzione di ricandidarsi - spiega -, perché altrimenti non alimenterebbe questa ostilità incomprensibile e permanente con tutti».
Di fronte alla debolezza del sindaco, anche il centrodestra bolognese si muove e fa un nome: Guazzaloca. L’ex primo cittadino è tornato a farsi vedere in città, l’ultima volta è stato applaudito alle celebrazioni del 25 aprile in piazza. Cofferati era a Genova. Tutti aspettano una sua parola. L’ultimo a sollecitarlo è stato il presidente di An, Gianfranco Fini: «La sua qualità è nota, l’importante è che decida presto». Lui al momento tace, ma chi in passato gli è stato molto vicino, il suo ex vicesindaco Giovanni Salizzoni, l’inventore della lista civica con l’Udc di Casini che portò alla storica vittoria del centrodestra nel ’99, frena: «Uno scontro di personalità - avverte - potrebbe non essere utile alla città. Prima di tutto, bisogna scalzare la sinistra radicale dal governo di Bologna, poi inventarsi qualcosa di nuovo, perché qui il centrodestra ha una montagna da scalare: bisogna attrarre i giovani e superare l’appartenenza partitica».