Cofferati spegne la Fiamma e accende la polemica

Il leader Luca Romagnoli contrattacca: «Non è il padrone della città, abbiamo il diritto di manifestare». Pannella: «Sergio, mi deludi»

da Bologna
«Nessuna piazza alla Fiamma Tricolore. Sono state già tutte assegnate» ha detto il sindaco di Bologna Sergio Cofferati, bocciando la richiesta del partito di estrema destra, apparentato alle elezioni con la Cdl, di tenere un comizio sabato prossimo in piazza Carducci, nel centro storico della città. Il timore è che la manifestazione avrebbe potuto provocare indirettamente gli stessi disordini avvenuti a Milano l’11 marzo con i centri sociali che avevano dato battaglia in corso Buenos Aires per impedire un comizio analogo. Un «presidio antifascista» che si è concluso con danni per migliaia di euro a vetrine e auto parcheggiate e l’arresto di una quarantina di persone.
Oltre al no preventivo alla piazza, Cofferati ha messo in guardia anche sulla possibilità di concedere uno spazio chiuso in città, chiamando in causa i responsabili dell’ordine pubblico: «Dopo quanto è successo a Milano - ha rincarato il sindaco - anche la Prefettura e la Questura dovranno prendere decisioni drastiche per impedire che si ripeta a Bologna, o in qualsiasi altra città, quello che abbiamo già visto». È toccato al coordinatore per l’Emilia-Romagna del Ms-Ft, Willy Uberti, rammentare i fatti: «Cofferati è antidemocratico. Noi siamo un partito ammesso al voto e abbiamo diritto alla piazza. E a Milano i problemi sono stati creati dai centri sociali». Infuriato anche il segretario nazionale della Fiamma, l’onorevole Luca Romagnoli: «Vorrei dire a Cofferati che non è il padrone della città. Non tocca a lui decidere se noi possiamo fare un comizio. Le sue parole sono propaganda, sono irresponsabili e rischiano di fomentare nuovi disordini. Se ne assumerà la responsabilità. Noi comunque non ci faremo mettere al chiuso, ma certo, se Cofferati ci vorrà dare il palazzo comunale, allora potremmo anche accettare. In alternativa ce ne andremo al campo sportivo». Il caso, però, sembra chiuso e sabato non ci sarà alcun comizio. La presa di posizione del sindaco è stata accompagnata, dopo 24 ore di confusione, da un no tecnico per l’indisponibilità della piazza a fini elettorali della commissione comunale preposta a decidere sulle richieste dei partiti. Anche se sul sito del Comune di Bologna di spazi sembra esserci abbondanza.
Il rifiuto ha suscitato molte prese di posizione: «Io ho una concezione della democrazia secondo la quale o le piazze sono per tutti o per nessuno. Il compito delle istituzioni locali è di essere garanti di tutti» è intervenuto il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. «Anche se dicono cose aberranti - ha detto il sottosegretario alla Difesa Filippo Berselli, coordinatore di An in Emilia-Romagna - hanno diritto di parlare. Una volta anche a noi era proibita piazza Maggiore».
Il primo a chiedere che il comizio venisse impedito era stato il segretario locale di Rifondazione, Tiziano Loreti, che ieri ha accolto il no come un atto «doveroso». Sui siti Internet dell’antagonismo di sinistra era subito partito il tam tam per richiamare a un nuovo «presidio antifascista». Mentre dall’Unione spunta un coro di consensi, la voce stonata è quella di Marco Pannella: «Cofferati mi delude un po’, io credevo che fosse un avversario di grande respiro. Ahimè non mi pare». Il precedente c’è: il 13 giugno 2000 un’altra piazza di Bologna si trasformò in un campo di guerriglia urbana tra polizia e no global (allora riuniti nella rete No-Ocse), scesi in strada senza autorizzazione per impedire un comizio di Forza Nuova, altra formazione, ma extra parlamentare, di estrema destra.
Anche Forza Italia ha criticato le parole di Cofferati: «Si tratta di una negazione totale di ogni forma di rispetto e di tolleranza - secondo Paolo Foschini, vicepresidente azzurro del Consiglio comunale -; e a sinistra, a dire il vero, c’è una tolleranza molto maggiore verso i no-global, rispetto ad avversari politici. Ci sono due pesi e due misure». Il coordinatore dei Riformatori liberali, Peppino Calderisi, ha scomodato perfino Voltaire: «Diceva: non condivido le tue idee, ma combatterò fino alla morte per difendere il tuo diritto di esprimerle. Cioè per la conquista della democrazia».