Cofferati vero paladino del diritto. Al dietrofront

Nel marzo del 2004 considerava i centri di accoglienza «luoghi di degrado». Adesso sostiene: «La Bossi-Fini deve essere applicata»

Emanuela Fontana

da Roma

«Noi abbiamo bisogno di loro. Una città deve essere capace di politiche di affetto verso tutti coloro che arrivano da fuori».
A parlare non è un missionario comboniano, ma è, anzi era, Sergio Cofferati ante-Bologna, poco prima di diventare sindaco della città delle due torri, quando ancora sognava che la solidarietà con la «s» maiuscola vincesse su tutto. Entrato nella parte, primo cittadino da un anno e mezzo, ma soprattutto consapevole che governare una città significa governare per tutti e che le belle parole bisogna lasciarle ai poeti per esigenze pragmatiche del vivere reale, ecco come è mutato il pensiero dell’ex segretario della Cgil: «A volte le politiche sociali forti non bastano e serve la repressione. Non lo dico a cuor leggero». Discettava di diritti e ora ha scoperto che i doveri sono «l’altra metà» del codice civile che deve essere valida per tutti, senza scuse e sconti per nessuno. «Politiche di accoglienza efficaci consentono di attivare un sistema di diritti. Parlo di cittadinanza e non solo di lavoro», diceva l’aspirante sindaco nel marzo del 2004, quando preparava la rincorsa a palazzo d’Accursio contro lo sfidante Giorgio Guazzaloca. Ora l’homo novus corregge: «La legalità è una condizione per esercitare la solidarietà».
È ingeneroso chi lo accusa di razzismo, di stalinismo, di essere un cileno. Cofferati, pur con il mantello del primo cittadino, non chiude le porte, ma a patto che ci sia collaborazione. Ha lanciato una proposta, anzi, molto simile a una delle idee del pacchetto Pisanu sul terrorismo che il ministro ha presentato alcuni mesi fa non senza polemiche da parte del centrosinistra: il sindaco di Bologna propone infatti «procedure di protezione» verso quei clandestini «che denunciano il loro caporale», secondo una formula contenuta a grandi linee anche nel pacchetto antiterrorismo. «Quello che non posso e non voglio fare - ha aggiunto recentemente Cofferati - è discutere con un avvocato che dice di rappresentare i lavoratori clandestini».
Ma è il nocciolo diritti-doveri quello su cui si concentra l’attenzione del sindaco e che gli sta creando i problemi più spinosi con la sinistra radicale, non solo della sua città: «Politiche di accoglienza efficaci permettono di superare anche forme pessime per gestire l'immigrazione come i Cpt - diceva sempre nel lontano marzo 2004 - luoghi di degrado e di negazione dei diritti più elementari. Il loro superamento è indispensabile».
Ora, pur non lodando la legge Bossi-Fini, ha deciso comunque di scrivere sull’immaginaria porta della sua stanza di sindaco la parola lex: «Bisogna trovare le soluzioni idonee - spiegava cinque giorni fa - senza mettere in discussione una legge che, seppur nei suoi limiti e contraddizioni, deve essere applicata». Nella primavera preelettorale, invece, il Cinese, che allora lo era anche di fatto (in questi giorni gli danno del «cileno»), parlava solo di accoglienza, non di legalità: «È necessario creare una consapevolezza sul fenomeno della migrazione - si può leggere dall’archivio ufficiale del sito www.sergiocofferati.it -. E poi va capito in fretta che noi abbiamo bisogno di loro. Ma non bisogna avere nei confronti di questo processo semplicemente un'attenzione strumentale. Ci sono anche elementi di valore sul piano culturale. C'è bisogno di politiche di accoglienza».
Ora queste politiche devono però essere rivolte solo alle fasce deboli, corregge il primo cittadino: «Se si tollerano situazioni illegali, non solo si produce un danno immediato, ma anche in prospettiva».
Deve essere stata una disillusione, una pascoliana caduta degli aquiloni per l’ex segretario della Cgil trovarsi di fronte a studenti con la bava alla bocca (o con il cerotto alla bocca, per protesta, come è successo l’altro ieri) e mezza coalizione in rivolta per lui che, prima di essere eletto, professava «un reticolo delle città per la pace». Sempre dall’archivio cofferatiano: «Credo che sia possibile praticare una cultura di pace da livelli istituzionali diversi - sosteneva prima di diventare sindaco -. Una cultura che va messa in campo costantemente, non solo quando incombe la guerra. Bologna, in questa direzione, ha un passato importante. Gli strumenti con cui praticarla sono vari, dalla promozione di iniziative a un’azione diplomatica attuando politiche di cooperazione verso le parti deboli del mondo». Che però ora devono avere il permesso di soggiorno.