La cognatite è una malattia molto contagiosa

Caro Granzotto, leggo sempre con gusto le sue riflessioni. Ma quanto alla ferragostana risposta «Se uno ha il Ferrari non lo porta all’autolavaggio», vorrei specificare che la tradizione, nel più puro british style, del vero gentiluomo che la domenica mattina si lava l’auto sportiva o di lusso da sé usando shampoo delicati e preziose cere a base di carnauba è una pratica che, anche se ormai quasi dimenticata, ha ancora i suoi fedeli seguaci. Posso convenire che lavare la Ferrari in un comune autolavaggio con tanto di fidanzata appresso non sia altrettanto nobile, ma si sa, il confine tra il vero gentleman e quello che crede di esserlo è talvolta così sottile...
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Ciò che dice è vero, caro Borella. Però non vedo come si possa accostare un gentiluomo inglese con il pur rispettabilissimo signor Giancarlo Tulliani. Il quale dà la forte impressione di non ambire ad assomigliare a un lord o di praticare comunque la gentlemanliness. Tutto lascia credere che il suo modello di vita sia piuttosto il «tronista» - ha presente? - o l’«uomo che non deve chiedere mai» della pubblicità di un deodorante (anche se va detto che per chiedere, chiede. Ottenendo). In sostanza, il nostro insegue stereotipi di più facile abbordo, perché se ti acconci al collo un laccio di cuoio con pendaglio, se vesti «griffato» dagli indumenti intimi a quelli in vista e, soprattutto, se possiedi una Ferrari blu, già ci sei. Mentre per poter anche pallidamente entrare nei panni di un gentleman, be’, campa cavallo. La conosce la storia del commenda in visita nel Devonshire? Folgorato dalla bellezza del prato antistante un cottage, rivolgendosi al proprietario il commenda esclama: «Ma come fa, sir, ad avere un prato così bello! Al confronto il mio, in Brianza, sembra una steppa. Eppure, sa, sono un paio d’anni che i nostri giardinieri lo tosano e lo curano con attenzione». E il gentleman: «Ah sì? Ma davvero? I giardinieri della mia famiglia fanno lo stesso. Da secoli».
Insomma, non basta la giacca di tweed e farsi stirare le camicie in Saville Road per poter sembrare un gentleman. Probabilmente non basta nemmeno una vita, anche a passarla ingozzandosi di kidney pie e di cucumber sandwiches. Ciò non toglie che uno possa ambire, imponendosi un contegno signorile, ad assumere se non il sembiante almeno i tratti del gentiluomo. Però, come detto, non è il caso del nostro Giancarlone. Niente di male e niente di scorretto, per carità. Non credo sia compreso nei diritti umani, ma ciascuno è comunque libero di essere o di atteggiarsi come meglio crede. Anche di lavarsi da solo la Ferrari all’autolavaggio a gettone. Cosa che comunque - e lei caro Borella concorda - un gentleman non farebbe mai. O lascia l’incomodo al suo chauffeur o procede con secchio, spugna e cera di carnauba, qualsiasi cosa sia la carnauba, nel cortile della sua abitazione di campagna. Non sulla pubblica via, specie se è una pubblica via monegasca e dunque già di per sé pacchiana. Fosse poi solo quello: il cognatone sembra irresistibilmente portato alle cose grossolane, che mancano sia di finezza, sia di misura. Ha letto dell’atteggiamento nei confronti del nostro rappresentante diplomatico a Monaco? Lo aveva preso per un suo dipendente, un suo famiglio. Che roba. Se grazie a noi non fosse finito agli onori delle cronache e dunque controllato a vista, creda a me: quello è un tipo che facendo leva sulla cognataggine avrebbe ottenuto anche il top degli italici status symbol: la scorta (l’auto blu no. Ce l’ha già, marca Ferrari).