Cogne: la Franzoni se c’era, dormiva

In un grande processo all'italiana, la cosa fondamentale è trovare una soluzione all'italiana. Forse ci siamo. Per il quinto anniversario della morte di Samuele, ucciso nella sua casa di Cogne il 30 gennaio 2002, potremmo avere questa soluzione. Magari anche qualche settimana prima, addirittura come regalo di Natale. Finalmente, la giustizia sembra aver messo gli occhi sul colpevole. C'è un identikit e c'è persino un nome preciso: parasonnia. L'ultimo colpo di scena della pietosa storia, che troppo spesso abbiamo tutti quanti trasformato in uno sguaiato Milan-Inter, esce da una perizia sull'encefalogramma della madre, Anna Maria Franzoni. La donna ha affrontato l'esame in giugno, nel centro specialistico di Sassari. Ed è proprio sui risultati di questo esame che ora i giudici hanno chiesto un supplemento d'indagine, affidato al luminare torinese della neurologia, professor Roberto Mutani. Soltanto lunedì il parere tecnico sarà depositato ufficialmente, ma come sempre - soprattutto in questo maledetto caso - si sa già tutto prima (stavolta è La Stampa ad anticipare).
L'ipotesi è semplice e suggestiva: confermato, la mano assassina è proprio quella della mamma, però è una mano innocente. Cioè ha infierito sulla sua creatura nel sonno, in totale incoscienza, senza accorgersi di nulla. Lo dimostrano i disturbi - propriamente detti parasonnia - rilevati dalla perizia sulla perizia. Si parla anche di una crisi epilettica.
Che cosa sia questa parasonnia non è facile dire, anche se è elementare da comprendere: il soggetto può fare qualunque cosa, persino diventare feroce, restando praticamente addormentato. È altrove. Non si rende conto.
Questa cosa, che assomiglia molto al sonnambulismo, ha comunque già salvato diversi imputati, in giro per il mondo. Nei convegni medici sui disturbi del sonno, è citatissimo un certo Bernard Schidmaizig. Costui, una notte, fece a pezzi con l'ascia la moglie che gli dormiva accanto. Nessuna condanna, però, a suo carico: la scienza dimostrò come fosse affetto da «Rem Behaviour Disorder», il disturbo del sonno nella fase Rem. Non era possibile caricargli addosso l'omicidio. Se c'era, dormiva.
Praticamente ci siamo. Alla ripresa del processo, il prossimo 21 novembre, si seguirà questa pista. Il quadro sembra abbastanza chiaro: la colpevole è la Franzoni, benché non sia colpevole. Ha dunque ragione l'accusa, che l'ha già fatta condannare in primo grado a trent'anni. Ma non ha torto neppure l'accusata, che difatti non può scontare trent'anni di galera. Una perfetta soluzione all'italiana: come non averci pensato prima?
Nell'attesa dell'imprevedibile, torna alla mente il lungo film di questi cinque anni. Le maldestre operazioni iniziali, la mancanza dell'arma e del movente, i sopralluoghi e le perizie, le furibonde risse in aula, il processo parallelo celebrato in televisione. E Samuele, l'angelotto trovato morto nel luogo più sicuro per qualunque bambino, il lettone di papà e mamma, sempre più lontano dal centro della scena. Sempre più relegato sullo sfondo. Sempre più in dissolvenza. Come se il suo omicidio non fosse l'oggetto del contendere, ma una semplice occasione di lotte personali.
Ad un certo punto, nella confusione generale, emerge nitidamente un solo elemento chiaro: come in tanti processi nostri, non c'è più la difficile e dolorosa ricerca della verità, ma solo una cinica e passionale questione di principio, un estenuante e cocciuto braccio di ferro tra accusa e difesa. Non interessa dimostrare come effettivamente siano andate le cose nella baita di Cogne, ma dimostrare che la controparte dice bischerate. Non interessa chi ha ucciso, ma chi ha ragione. Sugli spalti, giornali e televisioni a dividersi le curve degli ultrà.
Hai voglia di rileggere i manuali universitari del diritto, dove sta scritto che accusa e difesa, ugualmente nobili, devono concorrere costruttivamente e lealmente a spazzare via le nebbie dal delitto, perché alla fine la verità venga a galla. Belle cose da libri di testo. Cogne, ormai, è un'altra cosa. Non ci sono prove, non ci sono certezze assolute. Non c'è una verità vera. Ma non è questo che conta. Come in tutte le partite giocate all'italiana, anche in questa l'importante è non perdere. Nessuno può permettersi di perdere. Costi quel che costi.
Parasonnia, ecco una buona pista su cui lavorare. È la via d'uscita che non umilia nessuno, lasciando intatti la vanità e l'orgoglio di ciascuno. Cinque anni dopo, la giustizia italiana è a un passo dal trionfo. Abbiamo il processo perfetto. Accusa, difesa, giudici, imputati: tutti felici e contenti. Siamo sicuri che sia contento anche Samuele?