Cogne, il legale di Anna Maria sfida i giudici

nostro inviato a Torino
Il viaggio nella psiche di Anna Maria Franzoni è rinviato. Uno dei quattro periti, Giovanni Battista Traverso, è stato operato ed è in convalescenza. Impossibile esplorare la personalità della mamma di Samuele e spiegare nelle pieghe la patologia diagnosticata dagli esperti. In realtà il presidente della Corte d'assise d'appello Romano Pettenati prova a far marciare l’udienza sui binari stabiliti, ma l’avvocato Carlo Taormina fa fuoco di sbarramento: «Questo collegio è imperfetto, manca uno dei luminari». Pettenati cerca ugualmente di andare avanti, Taormina evoca la grande minaccia e si prepara alla rappresaglia: «Parliamo e non veniamo ascoltati; chiediamo e non ci viene dato. Io allora rinuncio al mandato, non mi allontano perché commetterei un abbandono di difesa, ma aspetto che arrivi un avvocato d’ufficio».
Pettenati frena, Ivan Galliano si limita a descrivere il metodo con cui il quartetto ha lavorato ed elenca i materiali raccolti dragando tutto il dragabile dal fondo del flusso processual mediatico. Poi mette le mani avanti: «La nostra difficoltà non è dovuta al fatto che la signora si è rifiutata di rispondere alla nostra convocazione, ma al fatto che si proclama innocente. Questo ci impedisce di esaminare la crimogenesi e la crimodinamica di quanto è accaduto. Non è nostro compito stabilire se colpevole. Formuliamo però delle ipotesi che cadrebbero nel caso in cui la Corte si pronunciasse per l’innocenza»».
Anna Maria Franzoni non c'è, il marito Stefano ascolta rassegnato, Taormina, soddisfatto per aver imposto uno stop alla tabella di marcia, nicchia. In aula, dopo le scintille del mattino, il clima si fa sonnacchioso e allora tocca all’accusa giocare la carta della consulenza. Ugo Fornari deposita trentacinque pagine in cui critica e scavalca le conclusioni dei periti di Pettenati. Fornari da sempre aveva disegnato una Franzoni borderline, lontana dalla normalissima signora dipinta dai periti di primo grado. Ora va oltre, al di là della perizia psichiatrica. Fornari non gira intorno ai concetti: «Non avanzo riserva alcuna nell'affermare che la signora Franzoni presenta un disturbo di personalità caratterizzato da prevalenti aspetti isterici, ma anche narcisistici e paranoidei che mascherano in parte un'organizzazione e un funzionamento borderline di personalità».
Ecco, non c'è bisogno di cercare un movente perché la chiave del delitto, avvenuto il 30 gennaio 2002, sarebbe da cercare in quei black out della sua testa, in quei momenti in cui i confini fra mondo interno ed esterno cadono. «Non voglio passare per pazza, se non mi credete mettetemi in cella», ha sempre ripetuto lei. Fornari non raccoglie la sfida lanciata dalla donna e contrattacca: «Manca - nella perizia collegiale - la componente borderline che colloca il discorso valutativo in una dimensione non più solo nevrotica, bensì francamente psicotica». A questa dissociazione sarebbe seguita, secondo il più perfido dei copioni, l'amnesia. Uccidere e dimenticare per cercare affannosamente, come tutti, la soluzione del giallo che invece si nasconderebbe in un’eclissi.
Da quelle profondità emergerebbe una sorta di confessione, catturata dalle cimici degli investigatori il 5 febbraio 2002. Quel giorno, Anna Maria, conversando col marito in auto, rivive secondo Fornari la morte del figlio attribuendone però la responsabilità alla vicina di casa Daniela Ferrod: «Io ti dico la scena che mi sento: lei è entrata subito dopo che io sono uscita, di corsa, come una iena, ha guardato sul divano perché c'era la tv accesa. È corsa di sotto con una rabbia allucinante. Nella camera non l'ha trovato. Samuele era nel letto, lei ha cominciato a dire qualcosa, lui intanto si è spaventato e ha cominciato a colpirlo finché non ha visto tutto il sangue». Per Fornari la donna «ha registrato l'evento nella sua memoria, ma trattandosi di qualcosa di inaccettabile, riesce a rievocarlo solo collocandolo al di fuori del suo mondo interno». E il racconto può avvenire solo in presenza del suo «salvatore magico»: il marito Stefano. Muto testimone di un processo che sembra avere sempre più bisogno di psichiatri e meno di detective.