Cogne, il Pg: "Condanna a trent'anni" La Franzoni in lacrime: "Non l'ho ucciso io"

Il procuratore Corsi chiede di confermare la condanna di primo grado. Poi apre: "Anna Maria ci dica che arma ha usato. E' l'unico modo per avere uno sconto di pena". La donna alla lettura della richiesta piange disperata. La sentenza dopo Pasqua

Torino - Conferma della pena uscita dal processo di primo grado (30 anni di reclusione). Nessuna attenuante. Esclusione di qualsiasi vizio, anche parziale, di mente. Il procuratore generale Vittorio Corsi completa la sua requisitoria e non fa sconti ad Anna Maria Franzoni, accusata di aver ucciso il figlio Samuele nel gennaio del 2002. Dopo tanta durezza il gesto di pietà: "Invito la Franzoni per l'ultima volta a dire con quale oggetto ha colpito Samuele. Chiedo un segnale per chiudere questa vicenda in modo per tutti soddisfacente, altrimenti non si può chiedere uno sconto di pena".

La reazione La donna scoppia in lacrime in aula. "Volevo soltanto dire che non ho ucciso Samuele" è riuscita a dire la Franzoni prima di sedersi al fianco del suo avvocato, Paola Savio. La testa appoggiata tra le mani, il marito Stefano Lorenzi che la accompagna fuori dall'aula. A chi le domandava un commento alla richiesta della conferma della condanna l'avvocato Paola Savio si limita a rispondere: "Non ci aspettavamo nulla, ci aspettavamo tutto. Non dico nulla, era normale che questa mattina succedesse un po' di tutto". Poi sull'invito ribadito dal procuratore Corsi ad Anna Maria Franzoni di rivedere la sua posizione processuale l'avvocato Savio ha semplicemnte risposto: "Era giusto farlo".

Il calzino Nel delitto di Cogne, secondo Corsi, c'è un mistero legato al ritrovamento di un calzino spaiato di Anna Maria Franzoni: "l'altro calzino potrebbe essere stato usato per cancellare delle macchie di sangue o addirittura per nascondere l'oggetto usato per uccidere Samuele Lorenzi".

L'arma del delitto Il procuratore è tornato a parlare dell'arma usata per il delitto: "Può essere stato un pentolino o un mestolo o una mestola, come dice papà Franzoni nelle intercettazioni, ma io non ho la scienza di poter dire che cosa è stato usato". A proposito dell'ipotesi avanzata nella relazione del perito della difesa Torre che a uccidere il bambino potrebbero essere stati i colpi dati con uno scarpone, Corsi ha spiegato: "Ricordo alla corte che durante l'autopsia non furono trovate tracce di terra nelle ferite e, quindi, è da ritenere poco verosimile che sia stata usata una scarpa in senso lato".

Il pigiama Dopo avere ucciso il figlio, Anna Maria Franzoni "non ha potuto lavare il pigiama o nasconderlo". Per questo l'indumento imbrattato di sangue è stato gettato sul letto. Lo sostiene Corsi, aggiungendo che "un'arma puoi lavarla subito, ma un pigiama no. Perché non lo ha portato nel bagno quando si è cambiata? Perché avrebbe dovuto dare troppe spiegazioni". Secondo le perizie citate dal pm, chi ha ucciso Samuele indossava almeno i pantaloni del pigiama. Corsi ritiene possibile che avesse anche la casacca, voltata al contrario. "Quando ha sentito Samuele piangere - ha continuato il magistrato - la signora è andata in camera rimettendosi la casacca per non far capire al bimbo che di lì a poco doveva uscire per portare l'altro figlio, Davide, allo scuolabus".

Le possibili sentenze Il processo d'appello contro Anna Maria Franzoni riprenderà lunedì 2 aprile con l'inizio dell'arringa del difensore Paola Savio, che dovrebbe proseguire anche martedì 3 aprile. Seguirà un'udienza per lasciare spazio a eventuali controrepliche, dopo i giudici, presumibilmente dopo le festività pasquali, si riuniranno in camera di consiglio per decidere la pena da comminare alla mamma di Samuele. Nel caso in cui fosse riconosciuta colpevole l'imputata rischia 30 anni di carcere, che è il massimo della pena prevista in un procedimento con rito abbreviato, a meno che non le vengano riconosciute le attenuanti generiche, che potrebbero ridurre la pena a 15-16 anni di carcere. Stessa condanna prevista nel caso in cui la Franzoni fosse riconosciuta parzialmente incapace di intendere e di volere al momento del fatto. Scenderebbe a circa 10 anni la pena nel caso in cui fosse riconosciuto il vizio parziale di mente unitamente alla concessione delle attenuanti.