Cogne, il processo si ferma in attesa della Cassazione

nostro inviato a Torino

È l’ultima udienza. L’ultima occasione per capire cosa accadde nella villetta di Montroz la mattina del 30 gennaio 2002. Ma il processo si chiude, come un perfido gioco dell’oca, ributtando in faccia ai giudici i quesiti iniziali. E la domanda delle domande: Anna Maria Franzoni il giorno del delitto era in sé oppure no? Agì, sempre che sia stata lei, nel possesso delle sue facoltà o come un automa mosso da istinti incontrollabili? I quattro esperti fanno la loro parte, ma più vanno in profondità più il caso s’ingarbuglia e la soluzione s’allontana. «La Franzoni ­ è il verdetto dei luminari - era afflitta da uno stato crepuscolare orientato. Un restringimento della coscienza» che spiegherebbe tanta violenza. Rimossa dall’incolpevole autrice del massacro. Perfetto. Il problema è varare il modellino, immergerlo nella realtà. «Lo stato crepuscolare ­ chiede Vittorio Corsi, rappresentante dell’accusa ­ è compatibile con i gesti che la Franzoni avrebbe compiuto?». Un breve elenco fa capire lo spessore del quesito: la donna si sarebbe lavata le mani, avrebbe lavato e rimesso a posto l’arma del delitto (ma dove, se non si sa nemmeno quale oggetto fu usato?), si sarebbe tolta gli zoccoli, avrebbe ricomposto il corpicino martoriato del figlio, altro ancora. «Questi gesti potrebbero essere compatibili se compiuti in automatico come frammenti della quotidianità di una brava madre». Il volto di Corsi è un punto di domanda, il presidente Romano Pettenati fissa scettico il vuoto. Lo stato crepuscolare spiega tutto e non convince nessuno e nemmeno è chiaro come un automa ritrovi di botto, alle 8.28, la coscienza. Telefonando al 118. Ora la parola passa alla Cassazione che deve decidere se spostare il dibattimento a Milano per legittimo sospetto. A Torino sono ottimisti: l’istanza di Carlo Taormina appare fragile. In caso di bocciatura, si proseguirà con la requisitoria di Corsi. Poi, la sentenza.