Cogne, le prove che bocciano il lavoro dei Ris

Nelle carte del processo emergono tutti gli errori commessi dai carabinieri in camice bianco: dal dna sugli zoccoli alla posizione del killer. I capisaldi dell’inchiesta smontati dalle perizie dell’accusa e della difesa. La svista più macroscopica: confondere il sangue di un gatto con quello dell’assassino

Sul carro dei «vincitori» del caso Cogne è salito anche il colonnello dei carabinieri del Ris di Parma, Luciano Garofano. Incalzato per mesi dall’avvocato Carlo Taormina e dai consulenti tecnici della difesa (che l’ufficiale il 20 luglio 2004 poco sportivamente definiti impreparati a confutare «un lavoro accorto, verificato, umile e scrupoloso» come quello svolto dal Ris) Garofano ha rivendicato finanche in tv la meticolosità del lavoro svolto.

LE TRACCE DI SANGUE
A legger bene tutte le carte del processo, però, l’immagine del Ris esce tutt’altro che rafforzata. Vediamo perché. Grazie anche all’assunto che l’assassina-Annamaria indossava gli zoccoli trovati sporchi di sangue dal profilo misto femminile/maschile, madre/figlio, la Franzoni è finita dritta in carcere. Due anni dopo il perito del tribunale, il professor Vincenzo Pascali dell’Università Cattolica di Roma, nell’incidente probatorio sugli zoccoli ha escluso la benché minima presenza di tracce ematiche umane, con ciò dando forza ai test che identificano quelle tracce di natura animale (sangue di gatto). Per non dire del perito tedesco Schmitter che visto l’andazzo ha preferito sorvolare sugli zoccoli che «non necessariamente sono da considerarsi collegati al fatto». Ecco perché gli addetti ai lavori ancora si interrogano sull’intervista rilasciata dal colonnello il 20 luglio 2004, due mesi dopo quella superperizia, il giorno appresso la condanna a 30 anni ad Annamaria. «Le abbiamo analizzate (le tracce di sangue, ndr) noi per primi e “grattando“ su suola e tomaia abbiamo portato via il dna misto di Samuele e della mamma», che infatti non risulta più in atti. Garofano par dire: la prova c’era, ma adesso non c’è più perché è andata disintegrata. «Tale elemento - scriverà piccato il giudice in sentenza - non può essere preso in considerazione alcuna». E intanto Annamaria, per quell’elemento sbagliato, in galera c’è finita lo stesso.

DOV’ERA L’ASSASSINO
Di questi benedetti zoccoli - caposaldo dell’accusa - strada facendo si è persa ogni traccia processuale. In corso d’opera il Ris s’è affrettato a correggere il tiro anche su un altro caposaldo dell’inchiesta: la posizione dell’assassino. All’inizio l’omicida era si-cu-ra-men-te «inginocchiato sul letto». Poi, però, quando i consulenti della difesa rintracciano una serie di macchie di sangue (sfuggite al Ris) sulla porta, sulla parete alle spalle della stessa e sul comò, le certezze degli uomini di Garofano si fanno meno certe. Giocoforza l’assassino improvvisamente cambia approccio. Nella relazione del 17 settembre 2002, rettificando quando comunicato alla procura nelle precedenti informative del 28 febbraio e del 6 marzo, il Ris «non esclude» che «almeno» un colpo possa esser stato sferrato in piedi. E arriva addirittura a ipotizzare - smentendosi anche qui senza pietà - che l’assassino indossasse gli zoccoli che fino al giorno prima erano sul pavimento. Proprio sulle modalità dell’aggressione, nelle motivazioni di primo grado il giudice boccia il modo di fare del Ris: parla di consulenza «tecnicamente poco convincente» in relazione alla grottesca sperimentazione dei colpi sferrati a un fantoccio intriso di sangue di maiale. «Una sperimentazione di tal fatta- appare priva di qualsiasi valore scientifico».

IL PIGIAMA
Questa belva assassina che sale e che scende dal letto, con gli zoccoli infilati e non più a piedi scalzi, che usa un’arma indefinita (il Ris inizialmente puntò su un geode di quarzo) ha inevitabilmente rimescolato le carte pure sul pigiama indossato/non indossato dal mostro. Giudici e periti solo in apparenza concordando con la squadra di Garafono. Il Ris all’inizio fa balenare l’idea dell’intero pigiama indossato dal killer, poi pian pianino abbandona i pantaloni puntando tutto sulla giacca che non convince nè il giudice di primo grado, nè il perito Schmitter che si dice sicuro solo dei pantaloni, e nemmeno il perito Boccardo che ridimensiona la nota storia dell’ossicino del cranio di Samuele. Quello trovato appiccicato sul polsino della giacca, che si voleva far combaciare con una zona «speculare» del lenzuolo attraverso un’operazione di maquillage fotografico e facendo indossare ad Annamaria il pigiama con il davanti messo dietro, con l’interno rovesciato all’infuori. Risultato: due foto hanno scoperto l’errore e il famoso ossicino non si è più trovato. Com’è scomparsa la cassetta Vhs con le prime immagini nella casa, negata da Garofano durante l’incidente probatorio di Schmitter, eppoi riapparsa a Torino perché trasmessa tra gli atti del processo Cogne Bis insieme a 180 fotografie mai viste prime. Si potrebbe continuare con i calcoli sballati dal Ris nella ricostruzione, in caserma a Parma, della camera da letto del delitto (errate le misure in scala, letti più corti, mobili più lunghi) con conseguenze drammatiche sul calcolo delle traiettorie degli schizzi di sangue. E si potrebbe finire sulla contaminazione della scena del delitto, che per Garofano non c’è stata: «Siamo arrivati il giorno successivo - taglia corto in un’intervista del 6 luglio 2003 - dal momento del primo intervento la casa è stata tenuta sempre sotto controllo, “congelata“ come si dice in gergo». Questo il giorno successivo. Ma il giorno precedente? Tra soccorritori, vicini, familiari e inquirenti almeno dieci-dodici persone hanno violato la villa dell’orrore. Con quali conseguenze non lo sapremo mai.
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it