Cogne, ultimo atto. "Io disperata, penso ai figli"

Parla Annamaria Franzoni. Mercoledì la Cassazione deciderà se confermare la condanna a 16 anni. La madre di Samuele rischia il carcere.
<a href="/a.pic1?ID=262400" target="_blank"><strong>I legali al contrattacco</strong></a>

nostro inviato a Ripoli Santa Cristina (Bologna)

Una spruzzata d’acqua, poi una raffica di vento e infine, improvviso, un raggio di sole. Nemmeno il cielo riesce a decidere che tempo debba fare sopra casa Franzoni.
Annamaria, la mamma di Cogne da sei anni sulla graticola d’Italia, finge di non sentire chi la chiama. Le finestre della villetta marrone di via Borgo Vecchio 5, circondate da una cascata di gerani rosa, si sbarrano di fronte agli estranei. Nascosta dietro le tende, come una fuggiasca, c’è lei.
Il conto alla rovescia è cominciato, mancano tre giorni al giorno del giudizio. Il suo. Stavolta probabilmente l’ultimo. Tocca alla Cassazione mercoledì decidere se quei trent’anni di carcere, diventati sedici in appello, siano ormai da scontare. Se davvero sia stata lei a uccidere in quel lontano gennaio 2002, il più piccolo dei suoi due figli, Samuele, tre anni. O se, come chiedono i suoi avvocati, il processo sia tutto da rifare. Lei, nonostante i ritmi placidi e sonnolenti di questo pugno di case arroccate sull’Appennino tosco-emiliano, a metà strada tra Bologna e Firenze, sembra però già vivere da prigioniera.
«Ultimamente è più cupa, preoccupata», confida un vicino, «la si vede di meno per il paese». Il marito Stefano, anche se è sabato, oggi non c’è. Qui si conoscono tutti i nemmeno duecento abitanti. Facile scoprire dov’è: «Al lavoro, impegnato nella costruzione di una nuova bretella autostradale. Una parte dell’appalto l’ha preso la ditta di suo suocero», racconta un altro. «Lui lavora con loro».
Dopo anni di scorribande in tv, di appelli, di fiumi di lacrime versate su telecamere e giornali Annamaria Franzoni ora ha scelto la strada del silenzio. Dell’anonimato.
La sovraesposizione mediatica forse non le ha giovato come sperava. E il suo più o meno riciclato pool di legali alla vigilia del processo ha imposto la consegna del silenzio. «È meglio che ve ne andiate, non vuole parlare con nessuno, ha bisogno di un po’ di pace». L’ordine arriva da una delle «tante» amiche del paese che all’improvviso, come un gendarme, sbuca alle spalle. Dice di chiamarsi Cristina. E di parlare a nome di Annamaria. È vero.
Annamaria le sta dando ordini col telefonino. Pregandola di cacciare quei molesti giornalisti cui fino a qualche mese fa si rivolgeva per gridare la propria innocenza.
«Come volete che stia? È una domanda stupida. È disperata».
È ora di messa nella chiesa di Santa Cristina. Dieci persone in tutto ad assistere all’omelia delle quattro e mezzo di Don Marco Baroncini, il giovane parroco. Con lui Annamaria si confida, lo aiuta spesso in parrocchia. «Non so nulla di preciso - dice lui -. Il momento è delicato e una persona può avere qualche attimo di difficoltà».
Chi frequenta Annamaria racconta di una donna straziata. Preoccupata, non per sé ma per i suoi figli: Davide, oggi tredicenne e Gioele, l’ultimo nato, quello concepito solo pochi mesi dopo la morte di Sammy. Lui oggi ha 5 anni. «Se mi dovessero rinchiudere in cella chi si occuperà di loro? Come faranno senza la loro mamma?», l’ossessione confidata ad amici e parenti da Annamaria. «Penso al carcere come a un’ingiustizia. E il peso maggiore, in questa eventualità ricadrebbe proprio sui ragazzi».
In questo sabato pomeriggio gonfio d’acqua sospesa sulle montagne, almeno loro, i piccoli, provano a far finta di nulla. Gioele forse non sa mentre gioca col suo cappello da baseball in giardino. Davide invece sì. È biondo e bello, solo gli occhi continuano a restare bassi, inchiodati sulla falciatrice con cui affetta l’erba dietro casa. Per un’ora, due, instancabile. Carica la carriola e scarica il «fieno» dietro la villetta, a pochi metri dal cimitero. Potrebbe assomigliare a un gioco, invece sembra più un modo per battere la paura. La tensione. Ha già lo sguardo da grande, lontano, turbato e soprattutto infastidito da chi chiede della sua mamma. «No, non posso andare a chiamarla per te. Non vuole essere disturbata. Papà? Non so a che ora rientrerà». Lapidario, arrabbiato.
Da dietro le tende, rintanata, Annamaria osserva. Senza farsi scorgere, silenziosa. L’unico rumore è quello della disperazione.