Col dottor Jekyll e Mr. Hyde nel chiostro s’indaga la follia

L’associazione Lunaria in S. Matteo discute anche sui disturbi della personalità e sul crimine

Irene Liconte

Le ombre della sera del chiostro di S. Matteo si animeranno oggi alle 21.15 delle inquietanti presenze del «Dottor Jekill e Mr. Hyde» dal romanzo di Stevenson, adattato per la scena da Daniela Ardini, anche regista. Lo spettacolo, una produzione di Lunaria Teatro, è il coronamento dei «percorsi della mente e dell'anima» dell'edizione 2006 del festival. La messinscena, con repliche il 27, 28 e 29 luglio, offre un ricco corollario di iniziative: oggi alle 19, nel chiostro, Paolo Peloso illustrerà casi clinici di disturbi della personalità, mentre venerdì 28 esaminerà i grandi criminali della letteratura; domani alle 21, con ingresso gratuito, al cinema Ariston sarà proiettato «Dottor Jekill e sister Hyde», film horror grottesco di Roy Ward Baker del 1971.
La trama è in bilico tra giallo e horror: il rispettabile medico Henry Jekill, grazie a un composto da lui scoperto, può assumere a suo piacimento le fattezze di Edward Hyde, essere ripugnante alla vista e capace delle peggiori depravazioni, sfogando così la propensione al male senza intaccare la propria reputazione. Ma ben presto Jekill perde il controllo del suo doppio, con drammatiche conseguenze.
Lo spettacolo accentua la struttura del testo, costruito come un mosaico di racconti frammentari dello «strano caso» esposti dai personaggi coinvolti, tutti interpretati da Maurizio Gueli: da Utterson, lo Sherlock Holmes della situazione, al medico Lanyon, da Poole, maggiordomo di Jekill, a Carew, la vittima del mostro, a un personaggio appena abbozzato da Stevenson e grottescamente reinventato dalla Ardini per alleggerire la tensione, che esploderà nelle figure di Jekill e Hyde. Il nucleo dello spettacolo è la consapevolezza che in ciascuno di noi si può annidare un «Mr. Hyde», un mostro nascosto nelle profondità dell'inconscio (non è casuale l'omofonia con il verbo to hide, nascondere): così in ogni personaggio si innesca la mostruosa metamorfosi, sottolineata dalla violenta e diabolica espressività della danza di Rocco Colonnetta, su coreografia di Markus Zmoelnig e sulle note di «Inferno» di Emerson; solo in Jekill la trasformazione avrà il suo terribile compimento.
Lo spettacolo esprime efficacemente la critica al perbenismo e l'irrimediabile coesistenza di bene e male nell'animo umano, la vanità, anzi la follia, di cercare di scindere e padroneggiare i due elementi. Sintomatica anche la repulsione che Hyde provoca in chiunque con la propria semplice presenza: è il rifiuto di accettare «l'anima nera» dell'uomo, da conoscere e vigilare; negarla è altrettanto pericoloso che manipolarla come Jekill. Sullo sfondo delle scene di Giorgio Panni, che popola lo spazio claustrofobico del chiostro di gentiluomini della Londra vittoriana, la violenza aleggia prepotentemente, ma non viene mai rappresentata: alle ignominie compiute da Hyde si allude soltanto.
Ne sortisce uno spettacolo dalle tinte forti ma composto e un effetto di generalizzazione: nei non detti misfatti di Hyde possiamo immaginare le atrocità che, con sempre maggiore frequenza, ci balenano dai telegiornali, e i meno eclatanti, ma non meno allarmanti, episodi di quotidiana aggressività a cui assistiamo. Stevenson conclude il romanzo con il suicidio non di Jekill, ma di Hyde: un barlume di speranza nella capacità di redenzione dell'uomo? No, secondo Daniela Ardini: così, nel culmine dello spettacolo, il ballerino addita significativamente il pubblico: chi sarà il prossimo? Chissà se, negli spasmi dell'improvviso attacco cardiaco che lo stroncò a soli 44 anni, anche Stevenson non fu agghiacciato dallo stesso orrore di Jekill ormai in balia del suo malvagio doppio, tanto da esclamare «Che mi succede? Che cos'è questa stranezza? È cambiata la mia faccia?»