Col federalismo 323 euro di tasse in meno

La Cgia di Mestre: "È la cifra minima che risparmierebbe ogni lombardo
se le regioni si finanziassero con le proprie risorse". Secondo lo
studio degli artigiani veneti la Lombardia guida gli enti virtuosi.
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«E adesso dobbiamo fare il federalismo fiscale». Dite la verità, quante volte l’avete sentita questa frase in campagna elettorale e soprattutto dopo che la coalizione timonata da Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni? A maggior ragione visto il trionfo della Lega. E non solo al nord. Federalismo, dunque, a destra e a sinistra sembrano ormai tutti d’accordo. Anche se «dire» quasi mai nella politica italiana si coniuga con «fare». Soprattutto quando si parla di un tema come questo, il vero convitato di pietra degli ultimi lustri. La bandiera del governatore Roberto Formigoni, ancor più di Umberto Bossi che parla di fucili, ma pensa soprattutto alle tasse del Nord che secondo il Carroccio al Nord dovrebbero essere spese. Un problema sottolineato anche dal sindaco Letizia Moratti che, anticipando la politica di riduzione delle tasse, ha tagliato l’Ici dal 5 al 4,4 per cento. Ben 40 milioni di euro in meno nelle casse di Palazzo Marino senza tagli ai servizi. Non un miracolo, ma un’accurata operazione di taglio agli sprechi.

Tutti concetti e interventi resi ancor più chiari dall’ultimo e come sempre efficacissimo studio dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre (Associazione artigiani e piccole imprese) diretto da Giuseppe Bortolussi. «Siamo proprio sicuri che tutti vogliono il federalismo fiscale?» è la domanda da cui si parte. A leggere i dati i dubbi aumentano. L’analisi degli artigiani mestrini parte dal calcolo della quantità di spesa corrente coperta dalle tasse riscosse con le imposte locali. Tanto per capirsi, quanto dei tributi versati a Regioni, Comuni e Province rimane sul territorio e viene reinvestito in loco? Poco al Nord, tutto (e non basta) al Sud. Come dire che Irap, addizionale regionale Irpef, Tarsu e Ici ad esempio versate dai lombardi, servono per pagare asili e strade di Calabria e Basilicata. Mentre la Lombardia, infatti, copre le spese correnti con il 64,6 per cento dei propri tributi, in Basilicata si supera di poco il 21 per cento. Con i conti in ordine anche Piemonte (53,7 per cento) e Veneto (53), ma anche Toscana (47,8) ed Emilia Romagna (45,9). E poi? Poi stop. La lista delle regioni virtuose finisce qui. Nessun altro cittadino versa più tasse di quanto riceva in servizi da sindaco, governatore e presidente della Provincia. E gli altri? Gli altri vanno, diciamo così, a rimorchio. Chi meno come Marche e Abruzzo, chi di più come Liguria, Campania, Puglia, Umbria, Molise e le già citate Calabria e Basilicata. Non pervenute, ovviamente, le Regioni autonome sui conti delle quali è forse meglio sorvolare per carità di Patria. «Bene - il ragionamento di Bortolussi - se ipotizzassimo che da domani tutte le Regioni ordinarie si attestassero sul valore medio nazionale fissato al 45,6 per cento, queste ultime potrebbero prendere in considerazione due ipotesi: o agire sulle tasse o sulla spesa corrente». In concreto il cittadino lombardo potrebbe in media (chi molto di più, chi qualcosa di meno) risparmiare 323 euro di tasse all’anno. Oppure ricevere ben 707 euro di servizi in più. Il che significa asili, tram, metropolitane, case popolari, vigili per le strade. E la Basilicata? Dovrebbe aumentare le tasse di 550 euro pro capite all’anno oppure tagliare di 1.206 euro le spese. Paradossale, ma molto concreto.

Questo da un punto di vista teorico, sottolineano alla Cgia, perché al Sud è difficile pensare solo ad un aumento delle imposte visto che la base imponibile è molto ridotta. Pertanto, è ipotizzabile che un eventuale aumento del tasso di copertura dovrebbe avvenire quasi esclusivamente attraverso tagli. «Al Sud, a fronte di misure così pesanti da applicare ai propri cittadini, chi sarà favorevole ad una eventuale riforma federale del nostro sistema fiscale? Oggettivamente credo quasi nessuno. Certo - conclude Bortolussi - la nostra simulazione non tiene conto che una probabile riforma federalista dovrà prevedere un meccanismo perequativo tra Regioni ricche e Regioni povere che attenuerà questi sacrifici». Per le Regioni meridionali, conclude, «si possono trovare vie intermedie di parziale riduzione delle spese e di limitati aumenti di tasse». Di sicuro al Sud la strada del federalismo sarà «lastricata di forti tagli alla spesa corrente». Al Nord da qualche soldo in più nelle tasche dei contribuenti.