COL GIORNALE RIPARTE IL REFERENDUM LIGURE

Bene ha fatto, caro Massimiliano Lussana, a rilanciare la battaglia contro il «razzismo alla rovescia». Languiva da tempo la raccolta per le cinquantamila firme e il centrodestra non può localmente permettersi di mancare tale obbiettivo. Si tratta poi di vincere il referendum ma sono queste, comunque, lotte che vanno combattute e portate (possibilmente) a buon fine. È inutile nasconderselo: la maggioranza e la nomenklatura che sostengono l'attuale governo sono le più antinazionali che l'Italia possa annoverare. Non solo: i fautori (interni al governo e alla maggioranza) della propaganda e dello strillonaggio antiProdi sono poi quelli che propongono e si sforzano di far approvare leggi quale quella sortita dalla Giunta regionale della Liguria. È evidente che la questione degli «extracomunitari» (così male come è stata impostata fin dall'inizio) continuerà ad essere motivo di scontro nei decenni avvenire. Se consideriamo che in poco meno di vent'anni sono arrivati in Italia più di 3 milioni di persone ed esiste tutta una corrente cattolico-comunista-progressista che vorrebbe portare la cifra a 6 milioni - circa il 10 per cento della popolazione italiana (tale calcolo è scorretto; in realtà la cifra di 60 milioni di Italiani è già comprensiva dei 3 milioni di extracomunitari già presenti) -, l'opportunità della vigilanza in materia è probabilmente un punto vitale per la stessa sicurezza della nostra penisola. Ho l'impressione che Il Giornale dovrà fare nel tempo continua opera di stimolo per consentire a tutti coloro che non intendono rassegnarsi a questo scempio e quindi sono disposti a fronteggiare tale pericolo che è stato procurato ed esaltato da una dimensione degenerata della «politica» stessa (o per lo meno di una certa parte della politica militante). Credo tuttavia che pur focalizzando l'attenzione sull'Islam antioccidentale e terrorista, si potrebbe cominciare a fare un'analisi accurata, lucida, spietata e innocente sugli effettivi utili che ne ritraggono i sostenitori della politica delle «porte aperte». Al di qua e al di là delle belle parole (umanità, internazionalismo, solidarietà, ecc.) è evidente che siamo un presenza (anche per gli oppositori - almeno a parole - del «sistema capitalistico») di un grosso business. Di un bell'affare, davvero, che comporta ripetuti tornaconti. Non è solo un guadagno - in forme talora lecite e in altri casi illecite - per industriali e coltivatori (o, comunque, per tutti coloro che impiegano mano d'opera straniera in qualsiasi forma civilmente utile), ho l'impressione che - gratta, gratta - anche i sindacati e certi partiti (più o meno collegati agli stessi) ne traggano beneficio. Certo l'utilità, per quanto signora della vita, non è tutto. La resa all'invasione extracomunitaria attiene anche ad una forma di masochismo antinazionale che risulta essere una vera e propria patologia. Ma, lo si sa, alle malattie così radicate, quando si configurano, alimentando gli individui riuniti in forme di gruppi o di collettività seppur limitate, non è facile porre rimedio - mantenendosi il regime di liberta - in termini legali. Solo la legittima reazione e rivolta dei cittadini può contribuire al rinsavimento degli svaporati.