Col «Giornale» è tornata l’inchiesta all’americana

Quando un giornalista scopre un filone di indagine interessante vale la pena che se ne occupi. Ovviamente accertando in primis la verità dei fatti. Tale lavoro, se non sono i magistrati o gli organi di pubblica sicurezza a passare le così dette «carte», è impervio, faticoso, irto di pericoli. Occorre evitare i depistaggi, le manipolazioni, i testimoni falsi o interessati. Soprattutto se si tratta di indagare su persone note, istituzioni potenti, aziende di peso.
Da Tangentopoli in poi si è persa la figura degli scalatori solitari che non guardano in faccia a nessuno. Spesso i reporter sono diventati semplici o graduati passacarte di certe procure, divenute, attraverso le indagini orientate ad hoc, padrone della politica e dei politici.
Si è così formato in Italia un combinato disposto politico-mediatico, tutto orientato a sinistra, che ha ben poco di liberale o di professionale. Come soleva raccontarmi e ripetermi il per me indimenticabile senatore Cossiga, alcuni «pezzi da novanta» del giornalismo giudiziario di certi grandi giornali sono diventati così connaturati all’attività di certi magistrati «da essere di fatto meritevoli di inquadramento nella magistratura inquirente».
Ovviamente si tratta di uno di quei divertenti paradossi di Cossiga. Lui amava praticare il «castigat ridendo mores». Tale situazione è soltanto italiana. Negli altri Paesi occidentali di grande tradizione liberale e democratica la divisione dei poteri riguarda anche la stampa, che dovrebbe essere il cane da guardia del cittadino e non delle consorterie contrarie a questo o a quello o di organi istituzionali, come certa magistratura, che sono usciti dai loro ambiti istituzionali.
Manipolate a uso politico da quella stampa e quella tivù orientate a sinistra, tali situazioni hanno creato nel Paese un clima alquanto pesante.
Osservando i fatti si avverte che i giocatori di una certa ideologia per anni sono riusciti a stravincere sugli altri, un po’ annichiliti dall’ondata mediatica avversaria.
Non essendo «gli altri» legati agli informatori giudiziari più attivi, non hanno potuto procurarsi alcunché, si sono spesso dovuti allineare alle notizie correnti, diversificandosi nei toni ma non nella sostanza.
Il cerchio, a mio avviso, è stato spezzato dall’inchiesta del Giornale, diretto da Vittorio Feltri, sulla «casetta» di Montecarlo. Senza servirsi delle solite veline e velone provenienti da certi palazzoni e palazzacci, i reporter del Giornale hanno lavorato all’americana. Sono partiti, come accade nel giornalismo anglosassone, da sussurri e grida, le hanno verificate, hanno ricostruito faticosamente il puzzle e infine hanno dato il via all’inchiesta, aggiungendo ogni giorno un mattone investigativo, frutto del loro lavoro, al Montecarlogate. Hanno operato come fecero, tanto per citare un caso, Carl Bernstein e Bob Woodward col Watergate. Per un certo periodo, come accadde ai due supercronisti del Washington Post, i reporter di Feltri sono rimasti soli sulla scena dei media (insieme a quelli di Libero). Poi, anche alcuni grandi giornali, a volte alquanto schizzinosi con le notizie spiacevoli che riguardano personaggi o legati o simpatici alla sinistra, si sono dovuti allineare. Il Giornale e Libero di Maurizio Belpietro hanno dimostrato che anche in Italia si possono ricominciare a fare inchieste dirompenti senza recarsi in taxi in certi «palazzi», lavorando sul terreno senza alcun «aiutino» delle procure, «consumandosi le scarpe», come ci disse una volta a Panorama negli anni Settanta il grande Luigi Barzini jr, venuto in visita al settimanale della Mondadori.
All’odio, seminato a man bassa, e per anni, da certi giornali e ambienti della sinistra, si è aggiunta la inevitabile reazione dei media di segno opposto. Chi di scoop ferisce di scoop perisce. Ovviamente tutto ciò ha alzato i toni delle polemiche, tutto ciò si è inserito in una situazione politica incandescente e socialmente molto pericolosa.
Non siamo certo un Paese tranquillo. I tempi sono difficili e il clima è pesante. Ma non è certo colpa di quei giornali e di quei giornalisti che durante l’estate hanno fatto il loro mestiere a Montecarlo e dintorni.
Come si sente spesso dire negli ultimi convegni sui media, «dovremmo fare tutti un esame di coscienza». E allora facciamolo, prima che sia troppo tardi. Ma non partiamo dal luglio del 2010, per favore.